Nella Nobili (6 gennaio 1926 – 4 luglio 1985) costituisce un caso davvero singolare nel panorama letterario del Novecento italiano: nata a Bologna da una famiglia povera, interrompe gli studi in quinta elementare e a dodici anni comincia a lavorare come operaia prima in un laboratorio di ceramica poi in una fabbrica di fiale per medicinali. Totalmente autodidatta, coltiva il suo amore per la letteratura attraverso lunghe e appassionate letture. Dopo la guerra, entra in contatto con l’ambiente culturale bolognese, grazie all’amicizia col pittore Aldo Borgonzoni che fa leggere le sue poesie a Giuseppe Galassi, direttore del quotidiano romano «Giornale della Sera». Questi scrive un articolo entusiasta sulla «poetessa operaia» (così la definisce) e le Edizioni Tosi e Danzi di Roma si offrono di pubblicarne i versi in un volume che, col titolo «Poesie 1946-1948», esce nel 1949.
Nella Nobili, che nel frattempo si è trasferita a Roma, viene accolta nei salotti letterari della capitale come un vero e proprio “fenomeno”: per la sua biografia, per quell’etichetta di «poetessa operaia» che le rimane appiccicata addosso, per il suo anticonformismo, la sua omosessualità. Ben presto, quello che poteva essere un paradiso si trasforma per Nobili in una prigione: le sembra di essere considerata più come un caso umano che per il suo effettivo valore. Di qui la decisione di fuggire lontano, a Parigi, in un ambiente totalmente sconosciuto. È il 1953.
A Parigi Nobili dapprima vive in miseria ma poi si inventa un lavoro che svolgerà con grande successo: decora oggetti e gioielli con riproduzioni in miniatura di opere d’arte, fissando le immagini con una tecnica di fusione a freddo da lei inventata e brevettata. Comincia a scrivere in francese, pubblicando una raccolta di poesie («La jeune fille à l’uisine», 1978) e un libro-inchiesta, «Les femmes et l’amour homosexuel» (1979), scritto insieme alla sua ultima compagna, Edith Zha.
A questa data, già Nobili ha cominciato a soffrire di continue emicranie (il suo corpo si è avvelenato con i vapori dei solventi che ha usato per le miniature), con dolori che si fanno sempre più terribili e che solo dosi massicce di Optalidon riescono a tenere a bada. Ma con una devastante controindicazione: la depressione, che la fa precipitare ogni giorno di più verso l’autodistruzione. Fino a quando decide di togliersi la vita.
«Ho camminato nel mondo con l’anima aperta» (Solferino, Milano 2018) offre una corposa scelta delle poesie di Nella Nobili. Il libro è stato curato, con l’amorevole partecipazione che solo una poeta può riservare a una poeta, da Maria Grazia Calandrone.
