Vittorio Bodini (6 gennaio 1914 – 19 dicembre 1970), ispanista insigne, studioso del barocco e di Góngora, dei poeti surrealisti spagnoli, traduttore del Don Chisciotte di Cervantes e del teatro di García Lorca, di Neruda e Alberti e tanti altri, è autore di alcune importanti raccolte di versi: «La luna dei Borboni» (1952), «Dopo la luna» (1956), «Metamor» (1967), tutti ripubblicati dall’editore Besa di Nardò (rispettivamente nel 2006, 2009 e 2010). Anche il volume di «Tutte le poesie (1932-1970)», curato per Mondadori nel 1983 da Oreste Macrì, è stato ripubblicato da Besa nel 2000.
Ne «La luna dei Borboni», da cui traggo la poesia che qui trascrivo, lo sguardo di Bodini è volto al proprio mondo di tradizioni e di simboli, ma «i simboli funzionano su una linea più meditata e dolorosa del semplice ritorno ad un’epopea dimenticata dal tempo. L’unica età “aurea” veramente ricercata è l’amalgama primitivo, qui nel senso di viscerale, con oggetti, ambienti, luci, colori e atmosfere del sud, antichissimo per questi aspetti, eppure impellente nella sua quotidianità […]. Bastano pochi frammenti d’immagine per permettere a Bodini di congelare, in un attimo lancinante, tutto un mondo di sentimenti. Finché lentamente il poeta entra nelle cose stesse, nelle figure, come a viverle dal di dentro» (Fabrizio Bagatti).
Inutile dire che anche Bodini, come altri poeti della sua generazione, è stato da sempre colpevolmente escluso dal canone novecentesco.
