Farfa era lo pseudonimo di Vittorio Osvaldo Tommasini (10 dicembre 1879 – 20 luglio 1964): pittore, cartellonista, ceramista, fotografo, infine poeta del Secondo Futurismo, autore di «Noi, miliardario della fantasia» (La Prora, Milano 1933), «Poema del candore negro» (ivi, 1935; ora, a cura di Pier Luigi Ferro, Viennepierre Edizioni, Milano 2009), «Marconia» (Officina d’Arte, Savona 1937). Postuma, l’opera riepilogativa «Farfa poeta record nazionale futurista» (Sabatelli Ediitori, Savona 1970), titolo che gli spettava come vincitore, nel 1933, del primo “Circuito di poesia futurista, infrontato col casco lirico d’alluminio a 1000 m. in idrocorsa”, cioè a bordo di un idrovolante.
«Dopo “il chiaro di luna” e “l’amidacea pastasciutta”, anche la corona d’alloro, simbolo del più alto merito letterario, era caduta sotto i colpi dei futuristi e della loro forza rinnovatrice. La corona d’alluminio, destinata a cingere il capo del solo Farfa, ne era divenuta così il simbolo riuscendo a condensare in un oggetto tutta la storia letteraria farfaiana» (Francesca Bergadano).
Come poeta, «Farfa procede per singole immagini ipersignificanti, oppure serie di immagini, traverso le quali realizzare un punto di vista e contatto, una presa di rapporto e posizione, un atteggiamento. Giocando prevalentemente su due codici, quello macchiettistico e quello antropomorfo, ne scambia continuamente i termini, meccanizza i tratti contraddistinti da /umano/, e viceversa, con effetti di sarcasmo ed aspra irrisione» (Glauco Viazzi).
Ed è un gioco, quello dell’antropomorfizzazione, che gli riesce molto bene, e lo consacra come il più dotato tra i poeti del Secondo Futurismo che negli anni Venti e Trenta del secolo scorso maggiormente, e con più profitto, subirono l’influenza del surrealismo.
