Alberto Mondadori (8 dicembre 1914 – 14 febbraio 1976), figlio di Arnoldo, partecipò attivamente alla vita della casa editrice di famiglia: fu lui a fondare i settimanali «Tempo» (1939) e «Epoca» (1950), a progettare nel 1940 la collana poetica de «Lo Specchio», a ideare la collana di fantascienza «Urania» e la ricca Biblioteca Moderna Mondadori, e infine a progettare, con Vittorio Sereni, gli «Oscar», che nel 1965 rappresentarono una vera e propria rivoluzione nel mondo dell’editoria. A questa data, aveva già anche fondato la propria casa editrice Il Saggiatore.
Pubblicò alcune raccolte di versi: «Quasi una vicenda», da cui traggo la poesia che qui oggi propongo, è la prima, e nel 1957 vinse il Premio Viareggio (ex aequo con Penna e Pasolini). Ma nonostante questo riconoscimento, e nonostante il libro fosse stato tenuto a battesimo da un grande critico come Giacomo Debenedetti (secondo cui le poesie di Alberto Mondadori «rispecchiano l’avventura poetica oggi d’attualità»), lo scrivere versi non era la cosa che gli riusciva meglio, e oggi possiamo leggere le sue poesie solo per pura curiosità intellettuale.
Le raccolte successive si pongono su un non superiore livello: «Canto d’ira e d’amore per l’Ungheria» (Edizioni di Camaiore, 1959), «Figure nel tempo» (Il Saggiatore, 1963), «Il conto della vita» (Mondadori, 1965).
