Avesse scritto solo poesie, Giovanni Cena (12 gennaio 1870 – 7 dicembre 1917) sarebbe un personaggio forse trascurabile in quella fase di passaggio della poesia italiana, fervida di spinte e contrspinte, fra Otto e Novecento.
Nel libro delle «Poesie» (Edizioni “L’Impronta”, Torino 1928), che raccoglie i testi di varie raccolte, da «Madre» (1897) a «Homo» (1907), con l’aggiunta di liriche inedite e un certo numero di traduzioni da Baudelaire, si fa fatica a trovare qualcosa che sia ancora oggi leggibile con profitto.
E però Cena è stato così importante nella sua opera di promozione sociale e culturale, di vero e proprio apostolato, nei confronti dei contadini dell’agro romano (lui, piemontese, si era trasferito a Roma nel 1901) che merita di essere ricordato con l’ammirazione che si deve ai pionieri: con l’aiuto di pochi altri intellettuali, fra cui Sibilla Aleramo con la quale ebbe una profonda storia d’amore, trasformò capanne e chiese abbandonate e persino vagoni ferroviari in scuole, andando a cercarseli a uno a uno, gli alunni, convinto che l’alfabetizzazione fosse il primo passo per il riscatto sociale di quelle genti e combattendo contro l’aperta ostilità dei latifondisti. Una simile opera di alfabetizzazione fece poi anche in Abruzzo, dove accorse subito dopo il terremoto della Marsica del 1915. Tornato a Roma, organizzò negli ospedali corsi per i feriti di guerra analfabeti, prima di morire di polmonite nel 1917.
Tra le opere che ci ha lasciato c’è un romanzo, «Gli ammonitori» (1903) che lessi mezzo secolo fa nell’edizione einaudiana del 1976. Allora ne rimasi impressionato. Oggi, chissà. Mi è venuta voglia di ruprenderlo in mano.
