Di Giorgio Vigolo (3 dicembre 1894 – 9 gennaio 1983) rimane l’imperituro monumento dell’edizione critica e annotata dei «Sonetti» di Giuseppe Gioachino Belli pubblicata per Mondadori nel 1952. E come Belli, Vigolo non ha mai dimenticato di essere un figlio di Roma, di cui si è fatto cantore nelle sue opere in versi (a partire dalla primissima giovanile raccolta, «La città dell’anima», Studio Editoriale Romano, Roma 1923) e in prosa (ad esempio nei racconti di «Le notti romane», Bompiani, Milano 1960): una Roma metafisica e metastorica, pagana cattolica e barocca, illustre e plebea, legato ad essa da una amorosa fedeltà dentro la quale, tuttavia, com’ebbe a notare Attilio Bertolucci, «spesso il poeta si perde pagando il fio d’una sin troppo assaporata felicità di conoscitore. Al figlio non è permesso un amore simile per la madre».
Dei suoi libri di poesia citerò soltanto i maggiori: «Conclave dei sogni» (Novissima, Roma 1935), «Linea della vita» (Mondadori, Milano 1949), «La luce ricorda (ivi, 1967), «I fantasmi di pietra» (ivi, 1977). Si aggiunga l’ormai datato Oscar delle «Poesie scelte (1923-1966)», a cura di Marco Ariani, ivi 1976.
A proposito della tarda e quasi testamentaria raccolta da cui ho tratto la poesia che qui oggi propongo, ha scritto Marco Forti: «Il mondo di Vigolo […] si muove in una continua e ricorrente osmosi tra veglia e sonno, fra un presente che muta e una memoria che va ricatturata: volta a volta la realtà di un quotidiano sofferto fino alla più nera negatività, fino all’incubo, può animarsi di una sua seconda dimensione di quasi visionarietà, in cui l’elegia si sprigiona e le cose prima comuni si animano di luci scipionesche, o di gelo surreale alla Magritte».
Ed è una considerazione che può valere per l’opera intera di Vigolo che dispiace vedere oggi così poco conosciuta dai lettori più giovani.
