Giorgio Soavi (26 novembre 1923 – 1º dicembre 2008), studioso e critico d’arte, giornalista (collaborò con «Il Giornale» dell’amico Indro Montanelli sin dalla sua fondazione), narratore non trascurabile (ricordo solo «Un banco di nebbia», pubblicato da Mondadori nel 1955, in cui racconta la propria esperiena di giovanissimo volontario nell’esercito della Repubblica di Salò e delle ragioni che lo spinsero presto a disertare, rendendosi conto di trovarsi dalla parte sbagliata), è stato anche un singolare autore di poesie ironiche e addirittura scanzonate, ma mai banali.
Cito, tra i suoi libri di versi, «La moglie che dorme» (Mondadori, Milano 1963), «Poesie per noi due» (Longanesi, Milano 1972), «Che amore è» (Garzanti, Milano 1988), «Femminile» (ES, Milano 2002), «Nella tua carnagione» (ivi, 2005).
I versi che qui propongo sono la dimostrazione del fatto che anche scrivendo una tenera poesia d’amore si può evitare la stucchevole svenevolezza. E che è sempre lecito giocare con la lingua, senza paura di esserne giocati.
