Antonio Bruno (26 novembre 1891 – 28 agosto 1932), siciliano, futurista della prima ora, formatosi a Firenze, poi a Roma, Londra, Parigi in soggiorni più o meno lunghi fino al definitivo ritorno a Catania, personaggio eccentrico ma in realtà minato nel fisico e nella psiche, accusato di aver dilapidato tutto il patrimonio familiare e caduto in grave crisi depressiva, decise infine di metter fine alla propria esistenza.
Nella sua opera c’è una curiosa dicotomia, giustamente sottolineata da Riccardo Renzi in un articolo in cui lo definisce il “Leopardi siciliano” e ne individua la cifra peculiare in una sorta di «maledettismo malinconico»: mentre nei saggi e nelle opere in prosa il linguaggio è ostentatamente futurista, «la poesia è legata a un lirismo classicista, quasi romantico. Non c’è gnomica in questi carmi, eppure il lirismo sembra concludersi con un non so che di sentenza, che alla dolcezza della descrizione introduttiva contrappone un afflato amaro, sicché sembra di sorbire fiele dalla coppa melliflua che Bruno inizialmente porge».
Questa che qui propongo è non proprio una poesia ma una prosa lirica. Il libro da cui è tratta («Fuochi di bengala. Preceduti da un razzo di Emilio Settimelli», Edizioni de “L’Italia futurista”, Firenze 1917) ha avuto una ristampa nel 1990, a cura di Franco Sgroi, presso Novecento Editore di Palermo.
