Poesie per un anno 295 – Gian Giacomo Menon

di Francesco Paolo Memmo

 

Gian Giacomo Menon (24 novembre 1910 – dicembre 2000), che da giovane ebbe rapporti con gli ambienti futuristi (pubblicando nel 1930 una piccola raccolta, «Il nottivago», che suscitò l’ammirazione di Filippo Tommaso Marinetti: «Ingegno indiscutibile. Sensibilità futurista. Immagini audaci»), si è poi dedicato all’insegnamento (è stato professore di storia e filosofia nei licei prima di Gorizia e poi di Udine).

Di lui, in vita, è stato pubblicato un solo libro di versi («I binari del gallo», a cura di Carlo Sgorlon e Maria Carminati, Campanotto, Udine 1998).

Qualcosa in più, dopo la morte, conosciamo grazie a Cesare Sartori, che fu suo allievo a Udine, il quale nel 2013 ha curato la stampa di due volumi: «Poesie inedite 1968-1969» (Nino Aragno Editore, Torino) e «Qui per me ora blu. Una vita per la poesia (1910-2000)» (Kappa Vu, Udine), seguiti cinque anni dopo, sempre per le sue cure, da «Geologia di silenzi e altre poesie» (Anterem, Verona 2018). Quest’ultimo volume ripubblica, col nuovo titolo, «I binari del gallo» del 1998 e vi aggiunge una raccoltina dal titolo «Meno di un giorno», di sole 19 poesie, che Menon aveva artigianalmente realizzato in copia unica il 1 gennaio 1994 (la si leggeva già come sesta sezione del citato «Qui per me ora blu»), oltre a 243 componimenti del periodo 1988-1998 completamente inediti (solo 30 erano stati anticipati sulla rivista «Anterem» nel 2017).

Tutto ciò, che costituirebbe normalmente una cospicua produzione, rappresenta in questo caso solo una goccia nel mare, anzi nell’oceano, dal momento che di poesie Menon ne ha scritte più di centomila (oltre un milione di versi!) in una vita tutta dedicata prima all’insegnamento e alla scrittura, poi esclusivamente alla scrittura: la sua vera e sola ragione di vita.

Sartori individua nei simbolisti francesi – Rimbaud e Baudelaire in primo luogo, ma anche Mallarmé e Valery – e nel russo Esenin i numi tutelari di Menon. E scrive: «Come ogni vero poeta, Menon ha saputo confrontarsi “con una condizione di esilio dalla realtà e dalla lingua” (Josif Brodskij), conquistare la propria realtà (o riviverla nella memoria) e definire/creare una propria lingua. Per riuscire a parlare, a (de)scrivere il suo mondo si è dovuto creare una lingua poetica personalissima da lui volta a volta impiegata su registri alti/aulici, medi o plebei e nella quale si possono qua e là cogliere influssi, impasti, inserzioni, sonorità da lingue, linguaggi e dialetti i più disparati. […] E così, trasfigurando e inventando, Menon riesce a compiere la titanica impresa di rinominare il mondo, la vita vissuta, il presente e i ricordi».

La poesia che qui propongo fa parte di un gruppo di componimenti numerati da 729 a 1277 (questa è la n. 854), non datati ma forse risalenti agli anni Cinquanta. Una loro scelta costituisce la seconda sezione del volume «Qui per me ora blu», il volume che ho prima citato e del quale segnalo il ricco apparato critico che lo conclude (con scritti di Rienzo Pellegrini, Maria Carminati, Cesare Sartori, Daniele Spini, Gianni Cimador), l’interessante album fotografico e l’allegato CD con la registrazione di alcuni testi musicati da vari compositori.