Poesie per un anno 291 – Edoardo Cacciatore

di Francesco Paolo Memmo

 

Edoardo Cacciatore (18 novembre 1912 – Roma, settembre 1996): forse il più misconosciuto tra i grandi poeti del secondo Novecento. Giovanni Raboni se ne è chiesto, a suo tempo, il motivo: «Forse è addirittura arrivato il momento di chiederci, un po’ brutalmente, se la colpa principale del silenzio che […] continua, con rari spiragli, a circondare questo autore sia più nostra o più sua – più, voglio dire, della nostra pigrizia o distrazione o più della sua inflessibilità, del suo assolutismo».

Ma la più plausibile risposta la fornisce Mario Lunetta: «Cacciatore era, nel quadro della nostra cultura, al tempo stesso così disattenta e così accademizzata, una sorta di autore illeggibile, parlava un’altra lingua, si muoveva su parametri non soltanto diversi, ma addirittura contrastivi»

Due giorni fa ricorreva l’anniversario della sua nascita. Approfitto della circostanza per ricordare, insieme a lui, il caro amico Giorgio Patrizi, scomparso due anni fa, curatore nel 2003, presso Manni, di una monumentale edizione di «Tutte le poesie» di Cacciatore.

Scrive Patrizi nell’introduzione: «Cacciatore, manierista, neoretorico, gnomico, è autore di una poesia che costituisce una sorta di apax del nostro Novecento. È una poesia che non guarda tanto ai modelli italiani coevi o della tradizione in cui ha le proprie radici la letteratura del secolo appena trascorso. Piuttosto si rivolge ai grandi testimoni della crisi – espressiva e conoscitiva – di cui s’è detto, Eliot o Benn, e intende riformulare forme metriche chiuse, in una grande varietà di misure e di accenti, verso l’esempio del sonetto elisabettiano, che suggestionò anche Eliot per la duttilità di un metro capace di consentire “la mescolanza sui generis di passione e di pensiero, di sentimento e di raziocinio”, come scrisse Mario Praz. Cacciatore soffre, nella storia della poesia contemporanea, proprio di questa singolarità, della propria radicale estraneità ai modelli dominanti nella poesia del secondo dopoguerra».

Il testo che qui riproduco, tratto da «La restituzione» (Vallecchi, 1955), è appunto nella forma del sonetto elisabettiano: tre quartine a rime alternate differenziate e un distico finale a rima baciata (ABAB CDCD EFEF GG). I versi sono tredecasillabi. Lo si legge poi anche in «Il discorso a meraviglia. Poesie scelte dall’autore medesimo», Einaudi, 1996. Il sonetto elisabettiano, sempre praticato da Cacciatore, sarà in seguito la forma esclusiva della raccolta «La puntura dell’assillo. Cinquanta e un sonetto», Società di Poesia, 1986.