Rodolfo Di Biasio (1937 – 19 novembre 2021) è, come De Libero, forse il maggiore fra i suoi Maestri, poeta con forti radici contadine, mai rinnegate: di cui, anzi, egli ha costantemente nutrito la sua opera; sui suoi luoghi, sulla memoria di quei luoghi, che sono in definitiva gli stessi di De Libero, egli è tornato ripetutamente («I ritorni» è il titolo di una sua raccolta; «I quattro camminanti» sono i protagonisti di un suo romanzo) in un percorso quasi di andata e ritorno, e dunque alla fine circolare, per cui ci si confronta col presente, si procede verso il futuro, ma lo sguardo non può fare a meno di volgersi verso il passato, con una consapevolezza del dolore che non è in contraddizione con la nostalgia e il rimpianto.
Perché quel passato si identifica con una terra, e dunque con una civiltà e una cultura i cui valori devono essere preservati anche da lontano, anche in una condizione di esilio. Si identifica con una saggezza millenaria che si tramanda di padre in figlio, per cui le generazioni cambiano, ma le cose che formano la vita, i valori che ne sono alla base, restano gli stessi, si vuole che restino gli stessi: «E perciò vai ora, ora e sempre, – dice in una poesia il padre a lui, Rodolfo – come gli antichi pastori cacciati dalla terra / un occhio alla capra e un occhio a cogliere essenze / a distillare il senso delle cose / e raccontale ai figli – mi dici – / questi tuoi figli nati diversamente / che il vento non gli ha portato sul nascere / odori e voci della terra, / questi tuoi figli suoi contumaci, ora e sempre, / e allora occorre riannodarli alle radici / ecco perché riscopriti parabolano anche tu». “Parabolano”, cioè capace di dire parole, di trasmettere i valori di quella cultura per via di parole.
Noi oggi viviamo in mezzo a tanti parolai. Siamo bersagliati dal rumore delle parole, e le parole quando fanno rumore perdono totalmente il loro senso. Bisognerebbe che riscoprissimo, tutti, il silenzio. Perché la poesia è anche silenzio, anzi nasce dal silenzio: «il silenzio e il sottovoce sono all’altezza degli inesprimibili gridi», ha scritto una volta Alfonso Gatto. Ma silenzio non significa necessariamente rinuncia a parlare. Al contrario. Solo chi conosce il valore del silenzio conosce il valore della parola, sa misurarne davvero il peso; sa farsi, poi, nel momento in cui parla, “parabolano”, eliminando dalle parole che la lingua della comunicazione di massa ha consunto e reso insignificanti tutte le scorie e restituendole al loro senso vero.
Lo dice ancora Di Biasio in un suo vecchio testo: «dove le parole hanno proprio il loro senso / a poter dire / vedete infine un albero è di nuovo un albero». Che significa appunto questo: ritrovare il senso delle parole equivale a ritrovare il senso della realtà, equivale anzi a creare o a ricreare la realtà. E il poeta può tornare a vivere, perpetuando il suo compito, vincendo il silenzio – un altro tipo di silenzio, questo sì non voluto – a cui non la morte lo ha costretto ma la distrazione, o l’incuria, insomma la dimenticanza di chi insegue i rumori.
