Lo straordinario successo di «Addio giovinezza», la commedia che Nino Oxilia (13 novembre 1889 – 18 novembre 1917) scrisse con Sandro Camasio, ha certamente oscurato l’opera poetica dell’autore torinese morto nel corso del primo conflitto mondiale.
«Addio giovinezza» fu rappresentata in prima assoluta al Teatro Manzoni di Milano il 27 marzo 1911 (protagonista Maria Malato); divenne poi un’operetta (testi di Alessandro De Stefani, musica di Giuseppe Pietri); conobbe ben cinque trasposizioni cimematografiche, a partire dal film del 1913 diretto dallo stesso Sandro Camasio; negli anni Sessanta ebbero fortuna in televisione due sceneggiati (1962, con Lia Zoppelli e Ugo Pagliai, e 1968, con Gigliola Cinquetti e Nino Castelnuovo).
In vita, Oxilia fece in tempo a pubblicare una sola raccolta di versi («Canti brevi», 1909). Postumi furono stampati «Gli orti» (1918), recuperando parte dei fogli che il poeta aveva portato con sé al fronte. Del 1973 è l’edizione delle «Poesie» curata da Roberto Tessari per l’editore Guida di Napoli. Qui compaiono, insieme ai due libri citati, anche i «Primi versi», che risalgono al 1904-1905, e un certo numero di poesie sparse.
Ne vien fuori il percorso, breve ma intenso, di un poeta che, partito da un profondo debito nei confronti di D’Annunzio, se ne affranca progressivamente attraversando l’esperienza crepuscolare e approdando a un moderato futurismo: «futurismo critico», lo definisce Roberto Tessari, proprio di uno che si sente al confine tra due epoche, come esplicitamente dichiara nella terzina finale del sonetto che oggi propongo.
