Di Giuseppe Antonio Borgese (12 novembre 1882 – 4 dicembre 1952) ci sarebbe da scrivere a lungo, tanto varia e complessa è stata la sua vicenda umana e culturale. Critico militante, accademico (dal 1910 docente di letteratura tedesca all’Università di Roma, poi di Milano, poi negli Stati Uniti dove fu costretto a rimanere sino alla fine del secondo conflitto mondiale per essersi rifiutato di prestare il giuramento fascista), giornalista (del “Corriere della Sera” fu prima collaboratore, poi editorialista di politica estera, poi ancora con vari incarichi, anche durante l’esilio americano, praticamente sino alla morte), promotore e per qualche tempo anche segretario a livello organizzativo del Comitato per la Costituzione mondiale fondato nel 1945 a Chicago sulla base del progetto utopico di un governo mondiale unitario (fu per questo proposto nel 1952 per il premio Nobel per la pace), drammaturgo, narratore, poeta. E qui mi fermo, per poter aggiungere solo due piccole cose su questi due ultimi aspetti della sua attività.
Borgese fu autore di due notevolissimi romanzi: «Rubè» (Treves, 1921) e «I vivi e i morti» (ivi, 1923). Ricordo che li lessi durante i miei anni universitari e che ne rimasi impressionato per i loro risvolti psicologici e la non banalità dello stile.
Come poeta, esordì con «La canzone paziente» (Ricciardi, 1909; ora, a cura di Glauco Saffi, Edda Edizioni, 2019), cui seguirono «Le poesie di G. A. Borgese» (Mondadori, 1922; ora, a cura di Gandolfo Cascio, Istituto Italiano di Cultura, Amsterdam, 2020) e «Poesie 1922-1952» (Mondadori 1952).
«Formalmente un elemento tipico della poesia di Borgese è la compresenza di elementi poetici e prosaici, un modo antilirico» (per dirla con Gandolfo Cascio) che non è piaciuto a qualche critico di ieri e di oggi ma che a mio avviso rappresenta la sua parte più moderna, con una dizione lontana da ogni forma di retorica, un tono sommesso, un linguaggio piano ed essenziale.
