Cinque anni fa moriva Antonio Maria Pinto (1955 – 9 novembre 2020), autore di «Le carabottole dei carabi (Lo Scettro del Re, 1994), «Istoriette» (Manni, 1999), «Sonàr» (Le Impronte degli Uccelli, 2002), «Bussoribussi» (con Francesco Muzzioli, 2004), «L’albero del malamore» (“Avanguardia” n. 31, 2006).
«Tutte le poesie» (Oèdipus, 2018) è il libro che raccoglie tutta la produzione di Pinto, con una introduzione di Marcello Carlino, apparati a cura di Francesco Muzzioli e contributi critici di Francesco Muzzioli, Aldo Mastropasqua, Andrea Cortellessa, Cecilia Bello Minciacchi, Marcello Carlino, Michele Fianco, Fabio Zinelli, Massimiliano Borelli.
«La poesia di Pinto esibisce tutto il suo essere frutto di un’erudizione notevole, di una competenza tecnica rara e di un lavoro accanito su una lingua «lercia», non fatta di neologismi, ma solo di termini storici, magari disusati ma comunque attestati; una lingua agitata da furore allitterante, tessuta di bisticci e paronomasie, rime equivoche, rime dotte o preziose, «aspre e chiocce» (-asso, -orco, -ichi, -acchia, -ippa, -acci, -affe, -uzzi), lingua che in modo sprezzante mescola livello colto e livello plebeo, facendoli stridere e mettendoli in frizione. È una poesia che, rifiutando la normalizzazione attuale ed esibendo il suo alto grado di artificiosità, finisce, di fatto, per mettersi essa stessa in teatro, e recitare la propria parte esponendosi nei suoi meccanismi, nelle sue regole e nelle sue strutture» (Cecilia Bello Minciacchi).
A proposito del testo che qui si propone, e della raccolta da cui è tratto, è importante, per una prima comprensione, partire da uno dei tanti interventi di Francesco Muzzioli su questo straordinario (proprio anche nel senso di fuori dall’ordinario) poeta. È nel suo sito di “Critica integrale” (francescomuzzioli.com): «La cifra di Pinto, emergente dalla sua precedente raccolta “Le carabattole dei carabi”, era quella del “non sense con animali”: di una tessitura verbale, cioè, giocata sul ritrovamento di termini “bizzarri”, sul loro accostamento in base alla composizione fonica (fosse per somiglianza o per cozzo, è lo stesso), e sull’addebito delle situazioni enigmatiche così risultanti ad agenti tratti dal mondo animale. Qualcosa che aveva a che fare con la favola, ma che soprattutto valeva – attraverso la proiezione delle contraddizioni nella natura antropomorfa – allo spostamento straniante e alla allegoria. Questo procedimento non è stato affatto dismesso nel nuovo testo e si trova inscritto ben dentro nel terreno delle “Istoriette” (basta vedere la sezione significativamente intitolata “Bisticci, roccoli e capricci). Ne costituisce, direi, la base. Ma su questa base si appoggia un progetto che tenta un passo in più. Un passo che, certo, appare orientato verso il passato, visto il recupero della lingua medievale del giullare».
