Poesie per un anno 28 – Sergio Corazzini

di Francesco Paolo Memmo

 

Sergio Corazzini, nato il 6 febbraio 1886, morì di tubercolosi nel 1907, a vent’anni da poco compiuti.

Tutta la sua poesia è segnata dal presagio della morte imminente ma, al di là dei dati biografici, l’opera di Corazzini interpreta assai bene il senso di crisi, di disagio, di spaesamento che è alla base della nascita della moderna poesia novecentesca e che comporta il rifiuto addirittura del proprio ruolo di poeta: «Io non sono un poeta», scrive nella celebre «Desolazione di un povero poeta sentimentale» («Perché tu mi dici: poeta? / Io non sono un poeta. / Io non sono che un piccolo fanciullo che piange. / Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio. / Perché tu mi dici: poeta?»); e non si sente poeta perché «io so che per esser detto: poeta, conviene / viver ben altra vita!», con non velata allusione polemica alla vita “eroica” il cui ideale era ancora a quel tempo incarnato da D’Annunzio.

Qui sta la vera modernità di Corazzini: come Montale, prima ancora di Montale, egli invita il lettore a non porgli domande alle quali non saprebbe rispondere, perché ormai le parole hanno perso ogni senso: «E non domandarmi; / io non saprei dirti che parole così vane, / Dio mio, così vane, / che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire».

Quando scrive questi versi, Corazzini è veramente malato, sta veramente per morire («Oh, io sono, veramente malato! E muoio, un poco, ogni giorno»), ma la sua malattia davvero può essere assunta come metafora della più generale malattia del secolo che stava nascendo.