Poesie per un anno 278 – Alessandro Giribaldi

di Francesco Paolo Memmo

 

Alessandro Giribaldi (4 novembre 1874 – 13 gennaio 1928) fu un’importante figura nell’ambiente culturale genovese tra Otto e Novecento. Insieme a Pierangelo Baratono, Alessandro Varaldo e Mario Malfettani fondò nel 1897 la rivista «Endymion» che si proponeva, nella piena stagione del simbolismo, di allargare gli orizzonti della cultura italiana verso una prospettiva europea.

Con Varaldo e Malfettani, Giribaldi pubblicò in quello stesso 1897 un curioso esperimento, «Il 1° libro dei trittici», cioè una raccolta di trentanove sonetti suddivisi in tredici trittici in cui i tre poeti si misurano, ciascuno con una sua poesia, su vari argomenti tra i più tipici della letteratura dell’epoca, ad esempio la danza, la voce, lo specchio, le statue, l’anima, l’amore, l’ombra. Si tratta, scrive Glauco Viazzi – massimo esperto di questa stagione della poesia italiana, tra simbolismo e liberty – di «un’operazione poematica strutturante che potrebbe essere verificata, e comprovata, a posteriori, da un’ipotesi di Valéry, la possibilità cioè di auspicare una poesia collettiva realizzata fornendo le varianti individuali di un singolo, prescelto e concordato, assunto tematico».

Nell’agosto del 1903 un grave episodio segnò profondamente l’esistenza di Giribaldi, quando, coinvolto in una rissa, uccise accidentalmente un materassaio. Per questo dovette trascorrere dieci mesi nel carcere di Marassi, sino alla fine di un processo da cui uscì assolto. In carcere scrisse «I canti del prigioniero» che però non volle mai pubblicare e che furono stampati postumi nel 1940 con una presentazione di Adelchi Baratono (fratello di Pierangelo) che storicizza abbastanza persuasivamente la storia di «quella generazione intermedia fra d’Annunzio e Gozzano, nella quale l’esigenza e l’ispirazione poetica superavan di gran lunga l’arte; ed è visibile in essi il punto di sutura fra il contenuto lirico e la ricerca estetica, che per Giribaldi dovette essere molte volte un vero tormento».

Tant’è che, dopo il carcere, pur continuando a scrivere versi, non ne volle più pubblicare neppure uno solo. Preferì dedicarsi alla carriera di ufficiale nelle capitanerie di porto fino al congedo, nel 1925.