Armando Patti (28 ottobre 1914 – 15 marzo 1997), medico-filosofo, uomo di grande cultura, era un signore d’altri tempi: gentile, affabile, ospitale come solo i siciliani sanno essere. È stato poeta prolifico ma mai superfluo, capace sempre di metaforizzare i dati di realtà con cui veniva in contatto, con un’esuberanza linguistica che lo apparenta a certi poeti meridionali, ad esempio Calogero, o Lucio Piccolo, nei quali si respira il barocco: un barocchismo che Ruggero Jacobbi ha definito «iberico e cristiano, nella più clamorosa tradizione mediterranea, […] quasi a memoria d’un Góngora eterno».
Una poesia non semplice da decifrare in tutti i suoi aggrovigliati nodi, e che pertanto, sostiene ancora Jacobbi, «chiede lettori senza pregiudizi e capaci di addentrarsi nella intricata rete di simboli per riconoscervi i lacerti sanguinanti della sua stessa esperienza. Perché il difficile, ripido Patti è poi (quando lo si sia inteso nella sua ultima verità) un poeta essenzialmente umano e persino indifeso nella sua richiesta di assoluzione e di grazia».
Queste le sue raccolte di versi: «Nelle ore mobili» (Club degli Autori, 1972), «Avanguard’aria» (Crisi e Letteratura, 1977), «Terra d’uomo» (Rebellato,1978), «Un punto fuori pagina» (Lacaita, 1983), «L’ora intemporanea» (Molloy, 1990), e «Poemetti ipostatici» (Autoedizione, 1996). Due volumi antologici (il secondo con testi tradotti in inglese) sono apparsi postumi: «Un orologio vuoto» (Il Girasole, 1998) e «The Eye Inside the Wind», stampata a New York da Gradiva Publications. Infine, poesie inedite degli anni Novanta sono state recuperate in «Essere viaggio» (Il Girasole, 2002).
