Rosella Mancini (24 maggio 1920 – 22 ottobre 1995), pugliese trapiantata a Roma, traduttrice di Keats, poeta con all’attivo, dopo l’esordio di «Momenti e fluttuazioni» (Bèrben, 1950), altre quattro raccolte venute a grande distanza di tempo dalla prima: «Madre, mia figlia» (Il Ventaglio, 1986), «Gatti e code» (Rossi & Spera, 1989), «Gatti stellari e terrestri» (Felinamente & C., 1995), .«La piuma e il piombo» (Stampa Alternativa, 2003).
Il libricino del 1995, da cui traggo la poesia che oggi propongo, contiene 17 poesie (perché, si dice, il 17 è il numero del gatto), e sono, quelli che qui abitano, giunti «da spazi onirici, gatti surreali e teneri a un tempo, storici eppur metafisici. Stellari e Terrestri, appunto […] gatti-archetipi viventi del nostro inappagato anelito verso la Bellezza, il Mistero, del nostro frustrato sogno di perfezione» (Marina Alberghini).
Insomma, si respira aria di magia. Io non me ne intendo ma, trattandosi di gatti, posso anche crederci. Fatto sta che sono poesie di raffinata eleganza, che con pochi tratti essenziali disegnano un piccolo mondo alternativo a quello degli umani: il mondo della “gattità”.
