Intellettuale poliedrico come pochi altri, il veneziano Carlo Della Corte (22 ottobre 1930 – 25 dicembre 2000) ha lavorato a lungo nell’editoria, è stato tra i massimi esperti italiani di fumetti e pioniere (negli anni Sessanta del secolo scorso) della narrativa di fantascienza. Ha scritto romanzi (molti ambientati nella sua città natale; ricordo in particolare «Di alcune comparse, a Venezia», Mondadori, 1968), saggi, poesie in dialetto («Un veneto cantar», All’Insegna del Pesce d’Oro, 1967) e in lingua; e anzi, come succede spesso con molti narratori, proprio con un picccolo libro di versi, «Cronache del gelo», pubblicato da Schwarz, esordì nel 1956. Seguì, nel 1959, presso Rebellato, «La rissa cristiana». Nel 1970, Vittorio Sereni volle pubblicare nella prestigiosa collana mondadoriana dello “Specchio” i suoi «Versi incivili», che raccolgono la produzione del decennio 1960-1970.
Questa è certamente l’opera maggiore di Della Corte poeta: definitivamente ripudiati i moduli delle origini, ancora debitori dell’esperienza ermetica, si vira verso strutture dall’andamento prosastico e narrativo (il passo successivo sarà, parecchi anni dopo, l’esperimento di «Il viaggio finisce qui. Appunti per un romanzo in versi», EFC [Edizione Fuori Commercio], 1994, a proposito del quale, ma riferendosi a tutta la poesia di Della Corte, Geno Pampaloni scrisse: «Sarebbe forse ora di riavvicinarsi a poeti per così dire irregolari che rifiutano l’omologazione con la linea della poesia ufficiale. Della Corte vi avrebbe un posto assicurato»).
Segnalo infine l’opera riassuntiva «Il cauto emblema. Poesie 1945-2000», a cura di Pasquale Di Palmo, Il Ponte del Sale, 2021.
