Il fiorentino Giovanni Stefano Savino (15 ottobre 1920 – 15 novembre 2018) rappresenta un caso letterario davvero singolare. Dopo essere stato impiegato alle Poste e Telegrafi dal 1938 al 1949, dopo aver insegnato per molti anni nelle scuole elementari, medie e superiori, dopo essere andato in pensione, arrivato all’età di 79 anni – dico: 79 – si mette a scrivere poesie: a partire dal 1999 ne scrive una o più di una al giorno, tutti i giorni, e tutte in endecasillabi.
Un’amica lo segnala a Mariella Bettarini e Gabriella Maleti che si innamorano di quei versi così limpidi, così chiari e precisi, di quello sguardo che dalla finestra di casa osserva il mondo circostante (le vie di Firenze, il lungarno, la gente che vi si muove) per portare a galla memorie anche minime del passato.
A partire dal 2002 decidono di pubblicarli, quei testi (non tutti, ché sarebbe impossibile, ma solo una selezione): si comincia con «Anni solari, poesie scelte 1999-2002» e si continua con quasi uno ogni anno, per un totale di tredici uscite per i tipi di Gazebo, la casa editrice fondata da Bettarini e Maleti nel 1984.
In tutti si possono leggere versi «vivi di umana verità, di etico coraggio, di quotidianità rivisitata alla luce autentica del tempo che scorre, senza mai paura di confidarsi e di ricordare, con grande empatia umana e sapienza stilistica» (Mariella Bettarini).
E in particolare, a proposito de «I gomiti sul tavolo» (2014), da cui traggo la poesia che qui oggi pubblico, ha scritto Evaristo Seghetta Andreoli: «Dall’insieme emerge un quadro di solitudine e disillusione. Lo scorrere inesorabile del tempo è rappresentato dallo scorrere dell’Arno e la luce dei giorni né tristi né felici si affievolisce come quella dei lampioni della conca. Epigrammatico, secco, incisivo». E sempre in qualche modo sorprendente.
