Riccardo Bacchelli (19 aprile 1891 – 8 ottobre 1985), dopo una prima raccolta autoprodotta («Il filo meraviglioso di Lodovico Clò», 1911), dette alle stampe presso Zanichelli i «Poemi lirici» nel 1914. Nonostante sia stata in seguito ripudiata dal suo stesso autore, che la considerava troppo immatura, quest’opera rappresenta un momento molto importante sulla strada della “liberazione” metrica che, all’inizio del secolo scorso, stava rivoluzionando la tradizione poetica italiana.
«Giace anemica la Musa / sul giaciglio de’ vecchi metri: / a noi, giovani, apriamo i vetri, / rinnoviamo l’aria chiusa!”, scrive nel 1903, con lo pseudonimo di Giulio Orsini, Domenico Gnoli (che proprio giovane non era, essendo nato nel 1838). Ma già: «Odio l’usata poesia» aveva scritto Carducci nel componimento posto in apertura delle «Odi barbare» (1877) che quella strada aveva aperto.
Rispetto ai tipi di verso che Carducci aveva individuato per rendere in italiano l’esametro e il pentametro latini, Bacchelli compie un passo avanti: si inventa, secondo un modello che si può forse far risalire a Walt Whitman, un verso che presenta un numero variabile di sillabe ma si modula costantemente su quattro tempi marcati da altrettanti forti accenti che si susseguono a intervalli non regolari. È un verso né isometrico né isoritmico, ma isotonico. Non si può ancora parlare di verso libero, ma è comunque un verso liberato.
