Poesie per un anno 249 – Sergio Solmi

di Francesco Paolo Memmo

 

Sergio Solmi (16 dicembre 1899 – 7 ottobre 1981), piccolo grande maestro che ha attraversato il secolo scorso regalandoci una salutare lezione di poesia “onesta”, di compostezza morale e civile che si traduce in limpido equilibrio di stile. Studioso di Leopardi, critico sopraffino d’arte e di letteratura italiana e francese, Solmi ha lasciato un’opera imponente pubblicata in sei volumi da Adelphi, per le cure di Giovanni Pacchiano, fra il 1983 e il 2011. Tuttavia, soprattutto se confrontata con la considerevole mole degli studi critici, quella poetica appare complessivamente scarna, come se ogni verso fosse il distillato, più spesso amaro che dolce, di una vita intensamente vissuta e sofferta.

A partire dal volumetto d’esordio («Fine di stagione», 1933), sino al più tardo «Dal balcone» (1968), la poesia di Solmi ha saputo coniugare istanze centrifughe: tradizione e innovazione, positivismo e idealismo, eloquenza naturale e volontà di dire “chiaro” e “umile”, discorso sui massimi sistemi e racconto in tono minore di esperienze che in nessun caso vogliono proporsi come “esemplari”.

Solmi recupera, per questa via, l’alto magistero di Montale e Saba: non a caso i due poeti che maggiormente lo hanno stimolato sul piano dell’esegesi critica. E va ancora più indietro, fino al disperato ed eroico Leopardi («Il continuo irreversibile / ci mena, sale il passato e ci impietra / la sua acqua di gelo a istante a istante. / Ma il tuo canto a noi dura»), un Leopardi però non filtrato attraverso la deformante mediazione rondesca sì invece fatto rivivere nel corpo e nel sangue di quell’«unica classicità compatibile colla nostra epoca difficile» (e cito, riferendole a Solmi, le parole che egli adoperò per Montale). È per questo che la poesia di Solmi continuerà sempre a parlarci.