Nato nel 1961, Daniele Pieroni, dal 2008 affetto da una grave forma del morbo di Parkinson, è morto il 17 maggio di quest’anno (ma la notizia è stata resa nota solo l’11 giugno). Il suo è stato il primo caso di suicidio medicalmente assistito in Toscana dopo l’entrata in vigore della legge regionale che regola questa materia. Nativo di Pescara, aveva vissuto per molti anni a Roma, collaborando con la Rai e dirigendo, tra l’altro, la rivista «Ritmica» dell’Università La Sapienza. È stato anche autore di un libretto d’opera («La festa dell’Universo») e di soggetti per la danza.
Poeta coltissimo, più propenso alla riflessione che al racconto, Pieroni aveva esordito come poeta nel 1984 con «Scritti», edito da Shakespeare & Company. Tra le raccolte successive, cito «Passi esornativi e una palinodia» (Stamperia dell’Arancio, 1999), da cui traggo la poesia che qui propongo, «Distici morali» (Il Bulino, 2005), «Orazioni» (Casta Diva, 2006), «Lingua e batticuore» (Tracce, 2003), «Florario» (La Nube di Oort, 2012), «Monrepos» (LietoColle, 2014), e infine «Solitude» e «Eis», entrambi pubblicati da Di Paolo Edizioni nel 2018.
Nella prefazione a «Monrepos», Maurizio Cucchi scrive parole che possono valere per l’intera opera di Pieroni, là dove sottolinea «la sobria ed energica densità della parola, la solida compiutezza della forma, ma anche il vivo senso di dolore e di impotenza di queste nuove poesie che convivono però sempre con un’adesione generosa alla vita», aggiungendo che «l’autore compie una meditazione lirica che potremmo definire sospesa tra un vivo senso di dolore e impotenza e un’adesione, generosa sempre attiva, alla luce intermittente, eppure irresistibile dell’esserci, dell’esistere».
