Di Mary Bertin poco o nulla so e solo molto recentemente mi sono procurato e letto il libro da cui traggo la poesia che qui propongo, e che è il suo quinto, dopo «È morta Alice» (Cappelli, 1964), «Nebbia a Milano» (Scheiwiller, 1968), «Il seme del tempo» (Rebellato, 1971) e «La diaspora» (Argalia, 1974).
Era milanese, fu allieva di Antonio Banfi (tra i suoi compagni di corso: Vittorio Sereni, Antonia Pozzi, Daria Menicanti, Luciano Anceschi, Enzo Paci), nel 1938 sposò il filosofo e pedagogista Giovanni Maria Bertin, scrisse alcuni romanzi («Dimensione nonna», Cappelli, 1981; «Il Portone verde», Laterza, 1988), morì a Bologna il 21 marzo 2004.
Nella prefazione a «Svincoli», Donato Valli parla della Bertin come di «una coscienza inquieta e sempre in lotta con se stessa e con la realtà», posseduta da un «demone interiore» che nella prosa riesce in qualche modo a dominare, ma non nella poesia perché la poesia «è naturale ribellione, è un principe despota che governa egli stesso il pensiero».
Questo libro, dopo le due prove narrative che sembravano segnare, sull’onda di avvenimenti privati, un momento di pacificazione del proprio malessere esistenziale, «è, sostanzialmente, il ritorno alla dimensione della cronaca da parte di chi ne sente la nausea e non la condivide; ma il giudizio che scaturisce da questo contrasto non è, né poteva essere, razionale, è frutto di interiorizzazione del negativo, una sorta di somatizzazione ‘a contrario’ di tutto ciò che delude e crocifigge l’autrice».
