L’epigramma è un genere che ha una lunga e gloriosa tradizione, dall’antica Grecia a oggi. Molti poeti l’hano praticato, anche nel Novecento italiano, ma quasi sempre episodicamente (Pasolini e Fortini, fra gli altri, e con risultati notevoli – ma l’elenco potrebbe essere assai più lugo).Pochi ne hanno fatto materia esclusiva della loro opera, e il più dotato fra di loro è probabilmente Gaio Fratini (6 settembre 1921 – 31 gennaio 1999), con titoli che si susseguono per tutta la metà del secolo scorso: «I poeti muoiono» (Il Canzoniere, 1952), «Il re di Sardegna» (1961), «La signora Freud» (Rizzoli, 1964), «La luna in Parlamento,» (Edizioni della Voce, 1973), «Un derby in maschera (TER, 1985), « Italici piangenti» (Longanesi, 1988), «Il caffè delle furie» (Rizzoli, 1991), fino al riassuntivo «La matita di Minerva. Poesie 1945-1999», a cura di Paolo Mauri (Edizioni della Cometa, 2000).
Fratini è stato anche antologizzatore di testi epigrammatici che spaziano dalla letteratura latina alla contemporanea: «La rivolta delle Muse. Epigrammi d’Italia» (Vallardi, 1994). Si tratta di un libro di piccole dimensioni che riesce a dare solo un minimo assaggio di ciò che l’epigramma ha rappresentato nel corso dei secoli, e di come si è sviluppato. Niente a che fare con un volume di ben più vaste dimensioni, opera di uno che si firmava L. De-Mauri ma si chiamava in realtà Ernesto Sarasino, che nel 1918 tenta, edito da Hoepli, una prima sistemazione della materia: «L’epigramma italiano. Dal risorgimento delle lettere ai tempi moderni».
Lo cito per riprenderne alcune righe del discorso introduttivo, là dove De-Mauri afferma che «per essere buon epigrammista occorre avere una mente speciale. Lo spirito fine ed arguto di osservazione, come quello di critica e di caricatura, non è di tutti, ma di certe persone aventi la virtù della rapida analisi e della sintesi immediata, che porta a colpire sull’atto il punto vulnerabile della cosa o dell’individuo». Per aggiungere subito dopo che «se l’Epigramma colpisce cose od individui fuori di noi, contiene pur tuttavia la virtù di far conoscere noi a noi stessi. Poiché l’autore avvezzandosi a guardare tutto dal punto di vista in cui più si spiritualizza e più acuta si fa la censura, di necessità apprende l’arte di parare la botta allorché da altri a lui sia diretta, e di vigilare su di sé costantemente».
Che la pratica dell’epigramma insegni all’autore l’arte di «vigilare su di sé costantemente» sembra scritto apposta per la poesia che qui oggi propongo.
