Su «La Riviera Ligure», la rivista fondata e diretta da Mario Novaro, Giovanni Boine (2 settembre 1887 – 16 maggio 1917) pubblicò tutte le sue cose più importanti: il romanzo «Il peccato» (a puntate, 1913), gli articoli di critica letteraria nella rubrica «Plausi e botte» (dal marzo 1914 all’ottobre 1916), le prose liriche dei «Frantumi», raccolte l’anno dopo la morte dai suoi amici vociani (insiene a «Plausi e botte») nel volume da cui qui si cita.
Boine fu, nella sua breve esistenza (morì trentenne, consumato dalla tisi), una bella e contraddittoria figura di intellettuale. «Il peccato», che pure negli anni ha perso gran parte della sua attualità (c’è la storia, tutta autobiografica, del tormentato amore per una suora, ma anche c’è l’eco del dibattito fra modernismo e irrazionalismo cattolico), oggi mi pare sia ancora interessante da leggere per l’uso spregiudicato della lingua e per il contrasto che vi si sente fra gli opposti domini della ragione e delle allucinazioni. Le pagine critiche di «Plausi e botte» testimoniano dell’onestà intellettuale di uno che non fa sconti a nessuno, disprezza la letteratura ancora attardata su moduli ottocenteschi e di consumo, valorizza le prove dei suoi coetanei più moderni (Campana, Rebora) e arriva persino a recensire il proprio romanzo, che definisce come “un tentativo”, sottolineandone tutti i limiti.
Infine, le prose liriche o ritmiche di «Frantuni», o poesie in prosa, o come le si voglia definire, con un rovello che chiama in causa non solo la lingua ma anche, proprio, lo stato di crisi dell’uomo moderno alle prese con la propria inadeguatezza e con la perdita, drammaticamente avvertita, della propria identità («Ho scordato il mio nome: ho perduto i miei passaporti in paese nemico»; e anche: «Il mio nome è oggi, e la mia via si chiama smarrita. Non ci sono insegne ai bivi dell’andare mio e non so s’io abbia imboccato a man dritta»).
Qui si propongono, come minimo esempio di questa prosa-poesia o poesia-prosa, i primi tre “commi” (o strofe) e l’ultimo di un componimento («Limite») abbastanza più lungo.
