Carlo Bordini (2 settembre 1938 – 10 novembre 2020) l’ho conosciuto nel 1975 e frequentato per qualche tempo. Erano gli anni dell’impegno politico, anche se aveva già abbandonato la militanza nel Partito Comunista Rivoluzionario trotzkista e viveva una vita piuttosto da cane sciolto, da anarchico (e da precario; da poco era diventato ricercatore all’Università). Proprio nel 1975 (aveva già trentasette anni) pubblicò – ciclostilato in proprio – «Strana categoria», la prima di una serie di raccolte poi in larga misura confluite in «I costruttori di vulcani. Tutte le poesie 1975-2010», Luca Sossella Editore, Bologna, 2010. Bordini è sempre rimasto entro i confini della piccola editoria, ma l’ultimo libro di versi, «Un vuoto d’aria», è uscito postumo nel 2021, a cura di Francesca Santucci, nella mondadoriana collana dello Specchio.
A conclusione del suo scritto introduttivo, Guido Mazzoni scrive: «A Bordini sarebbe piaciuto proporlo alle grandi collane a cominciare dallo Specchio. Gli piaceva l’idea di raggiungere un pubblico più largo ma anche l’idea che un poeta come lui potesse finire in una collana come questa. Gli piaceva l’ironia della cosa ma sapeva che non sarebbe mai successo». Invece è successo. Ma fuori tempo massimo.
Delle varie caratteristiche che Mazzoni individua come costanti della poesia di Bordini, mi piace qui sottolineare la prima, definita come «estetica dell’imperfezione». «Esistono autori che si proteggono dalla paura dell’informe usando la forma come un’arma di difesa (Flaubert che lima per mesi una pagina per evitare le ripetizioni, Mallarmé che ha orrore della parola casuale), e autori che amano l’opus incertum e la confusione degli stili. Bordini vuole che le imperfezioni restino visibili», anarchica essendo anche la sua scrittura: «Anarchica è la forma dei libri, che hanno tutti qualcosa di composito e di sbilenco, e la forma dei testi, che iniziano all’improvviso, finiscono all’improvviso e sembrano fatti di frammenti. Anarchico il rapporto con le regole (Bordini sabota volutamente l’ortografia e la punteggiatura) e con i dati di realtà».
E poi c’è altro, naturalmente (il rapporto di questa scrittura con la psicanalisi, l’ironia come strumento da usare contro ogni tentazione di retorica, la rivalutazione dell’io in polemica con la neoavanguardia, ecc.) su cui si dovrà di nuovo tornare a dire.
