Amanda Knering (1922 – 27 gennaio 2006), che ho conosciuto negli anni Ottanta-Novanta, quando frequentava gli ambienti letterari romani prima di trasferirsi definitivamente in Spagna, era una donna che esprimeva una grande vitalità, un carattere contestativo di ogni regola che lei sentisse limitativa della propria libertà, uno spirito anarchico e intransigente, con la volontà di fare sempre e comunque i conti con i dolori e le ferite della vita propria e altrui.
Ha lasciato alcuni romanzi (notevole soprattutto l’ultimo: «Mia madre era una donna», 1996) e poche raccolte di poesia: «Io» (1983), «Memorie di una bracconiera» (1986), «La donna a due teste» (1990), «Piano-Forte» (1992).
Un esiguo numero di componimenti è antologizzato in «Labirinto» (Edizioni U.C.T., 1994) che si avvale della prefazione di Dario Bellezza, il quale sottolinea come queste poesie, «totalmente impregnate di sangue, sudore e lacrime», giustifichino la definizione di Amanda Knering come «poetessa civile»:
«muove da una posizione, da un’ottica femminile, fatta di non violenza, di libertà, di rispetto per persone e cose e lo fa con sicurezza ma senza sicumera; con precisione ma senza moralismi, con grazia ma senza sdolcinature e tutto questo rende i suoi versi coltelli affilati che vanno diritti al cuore».
