Alfredo De Palchi (13 dicembre 1926 – 6 agosto 2020), veronese, trascorse in carcere gli anni dal 1945 al 1951 per un’accusa di omicidio da cui fu poi totalmente prosciolto. Lasciata l’Italia, si trasferì prima a Parigi, poi in Spagna e infine a New York dove giunse nel 1956. Da allora ha sempre vissuto negli Stati Uniti, pur continuando a scrivere in italiano.
La sua opera in versi è compresa in «Paradigma. Tutte le poesie: 1947-2005», premessa editoriale di Roberto Bertoldo, presentazione critica di Alessandro Vettori, Mimesis Hobenon, 2006, cui ha fatto seguito qualche altra raccolta (l’ultima, «Foemina Tellus», Joker, 2010).
Rimasto praticamente sconosciuto fino a non molti anni fa, il nome di De Palchi ha cominciato a circolare grazie soprattutto a Luigi Fontanella (si veda la raccolta di saggi da lui curata: « Una vita scommessa in poesia. Omaggio ad Alfredo de Palchi», Gradiva Publications, 2011) e poi anche Giorgio Linguaglossa, autore di «La poesia di Alfredo de Palchi. Quando la biografia diventa mito» (Progetto Cultura, 2016).
Di Linguaglossa cito questo breve frammento critico: «Nella sua poesia non c’è mai un luogo, semmai ci possono essere scorci, veloci e rabbiosi su un panorama di detriti. Non è un poeta raziocinante De Palchi, vuole ghermire, strappare il velo di Maja, spezzare il vaso di Pandora. Così la sua poesia procede a zig zag, a salti e a strappi, a scuciture, a fotogrammi psichici smagliati, sfalsati, saltando la copula, passando da omissione ad omissione».
E di Fontanella: «In definitiva, De Palchi-poeta si pone come denudato di ogni inutile fronzolo […] di fronte al Creato, alla sua Bellezza e al suo Disfacimento. Il quale Creato è destinato a restare incomprensibile, nel suo persistente evolversi. Ma resta pur sempre la Parola dello scrivente; parola tesa, mobilissima, intransigente, espiatrice, che fungerà da testimone e saprà documentare quella incessante consunzione, quasi volendo – baudelairianamente – indicare una “salvezza” o una stellare utopia dentro la carne del linguaggio».
