La produzione in versi di Fernando Bandini (30 luglio 1931 – 25 dicembre 2013), poeta in lingua e in dialetto vicentino, è raccolta in «Tutte le poesie», a cura di Rodolfo Zucco, introduzione di Gian Luigi Beccaria e saggio biografico di Lorenzo Renzi, Mondadori, 2018 (vi si trovano anche i testi in latino e le splendide traduzioni).
Beccaria definisce come cifra distintiva della poesia di Bandini la «medietà» o «colloquialità simulata»: «quel suo ingannevole candore d’istinto, quella facilità internamente percorsa da una tensione ad alta frequenza, dove il sermo humilis non si distanzia tanto dal sublime, né l’arioso dalla esattezza di costruzioni sottili».
E aggiunge: «Come tanti poeti coevi Bandini, si sa, non appartiene (per sua scelta) all’avventuroso Novecento, alle alternative più dissacranti e radicali. È stato un poeta che senza clamori, con passo discreto, ha attraversato le esperienze letterarie del dopoguerra cercando una propria strada, senza farsi precedere da manifesti, proclami. Non ha amato tattiche e strategie, astuzie fine a se stesse, l’armamentario sofisticato, il manieristico ingolfarsi nell’esasperazione della tecnica, il feticismo del significante, ma ha voluto piuttosto comunicare, non provocare, fare poesia del pensiero, trasmettere disagi e grazie, lacerazioni e contemplazioni, certezze e complicazioni».
Ed è proprio questo, io aggiungo, che fa di Bandini uno dei più importanti poeti della sua generazione.
