Poesie per un anno 18 – Anna Malfaiera

di Francesco Paolo Memmo

 

Tre sono gli elementi che mi sembra necessario sottolineare per comprendere il senso vero dell’operazione poetica compiuta da Anna Malfaiera (26 luglio 1926 – 27 gennaio 1997), e dunque la pregnanza della sua scrittura.
Primo. La poesia di Malfaiera non canta: dice, e talvolta dice con una perentorietà direttamente proporzionale ai dubbi, alle incertezze, alle contraddizioni che la vita propone e che nella psicologia della nostra poeta addirittura si esaltano. Non solo dice, ma addirittura ricerca una definizione, nel senso che cerca di definire e definirsi nel mentre dice: definire se stessa e definire il mondo, o un mondo: e definire vuol dire anche, proprio, delimitarne i confini, ridurlo, quel mondo, alla propria dimensione per collocarsi più appropriatamente in esso; anche perché poi, alla fine, quando tutte le somme, o meglio tutte le sottrazioni sono state tirate, dire – «e intanto dire» – è l’unica cosa che resta da fare ai poeti.
Secondo. Quella di Anna Malfaiera è una poesia che dice ma non descrive: è una poesia senza figure e senza paesaggi; il paesaggio è quasi sempre abolito, neppure accennato (solo si immagina il chiuso di una stanza, un luogo che è essenzialmente residenza della mente), e dei personaggi si può solo immaginare, in assenza totale di tutti gli altri, un interlocutore reale o ipotetico.
Terzo. Neppure racconta, la poesia di Anna. Non racconta perché tutto ciò che dovrebbe essere raccontato è già avvenuto e dunque non vale la pena che sia raccontato: ciò che va detto è quanto resta di ciò che è avvenuto e non è stato raccontato. Ciò che Malfaiera non racconta noi lo possiamo anche immaginare, o forse no, non importa. Importa però che dalla poesia sia eliminato tutto il superfluo, che è poi tutto quello che fa il racconto, e allora la poesia non è il racconto ma il senso di quel racconto negato, quanto rimane di quel racconto dopo che tutto è stato consumato e cancellato: non solo il racconto ma anche il raccontato; il fatto, l’evento, la storia che vengono prima della poesia ma che ancora non sono la poesia.
La poesia di Anna Malfaiera tende dunque all’estrema riduzione; si tiene, come dire?, al risultato, e proprio per questo riesce a comunicarci un senso di precisione addirittura geometrico.
È una poesia assai vicina a quella che Roland Barthes definisce come il “grado zero” della scrittura: priva quasi totalmente di orpelli e abbellimenti, anche quelli più connaturali al linguaggio poetico: lo ha notato da ultimo Giuliano Gramigna, nella postfazione a «Il più considerevole» (l’ultima raccolta di Anna, pubblicata da Anterem nel 1993) a proposito dell’assenza, deliberata assenza, persino della metafora.
Assenza della metafora, ma assenza anche delle altre figure retoriche, almeno di quelle più esornative: proprio perché queste sembrano allontanare da quella precisione definitoria che si vuol conseguire. Perché alla fine ha ragione Gertrude Stein, che Malfaiera ha molto indagato e molto sentiva a sé congeniale: una rosa è sempre una rosa. In questo senso, non è una poesia che si possa parafrasare: dice quello che dice e solo quello che dice; e dice le cose come sono e come non sono (anche come non sono: molti testi procedono per negazioni), dice che le cose stanno o non stanno così, e non si può far finta che stiano altrimenti. Perché se una rosa è una rosa, anche una spina è una spina: e questa poesia è appunto spinosa, spigolosa, scabrosa, dura, irritata (anche irritante, se s’intende il termine nel suo giusto senso: proprio come un acido che si versi sulla nostra pelle), non consolatoria, meno che mai autoconsolatoria.
Di qui la formula felice adoperata da Alfredo Giuliani nella prefazione a «Verso l’imperfetto» (Tam Tam, 1984): «poetica petrosa e disincantata», «versi sordi ai richiami delle Sirene; animati, si direbbe, unicamente dal sentimento della ragione e dal piacere morale di riconoscersi».