Ottiero Ottieri (29 marzo 1924 – 25 luglio 2002) ha molti, importanti meriti come romanziere: «Tempi stretti» (1957) è forse il primo esempio, in Italia, di narrativa industriale; e dall’esperienza di fabbrica nascono anche «Donnarumma all’assalto» (1959) e «Linea gotica» (1962).
Sucessivamente, Ottieri ha approfondito nella sua opera i temi legati all’alienazione, alla nevrosi, agli sconvolgimenti della mente: «Campo di concentrazione» (1972) ne è la prova più alta.
Non meno importante è l’attività poetica, sviluppata a partire soprattutto dagli anni Settanta del secolo scorso, e che trova i suoi punti di maggior tensione, anche in chiave autobiografica (e con un linguaggio fortemente espressionistico, con una misura che tende a dilatarsi fino ad assumere la forma del poemetto), nelle due raccolte del 1971 («Il pensiero perverso») e 1978 («La corda corta»). entrambe edite da Bompiani e poi riunite in «Tutte le poesie» (Marsilio 1986), con l’aggiunta di un gruppo di testi adolescenziali e dell’inedita «L’estinzione dello Stato» (1981-1982), caratterizzata da un registro più diffusamente lirico.
Sembra proprio «che con tale raccolta la funzione “fiancheggiatrice” della poesia rispetto alla narrativa si sia praticamente esaurita, affrancando la scrittura in versi da qualsiasi dipendenza (psichica, prima che letteraria) e confermandole lo statuto di una forma comunicativa del tutto paritetica, dotata di propri canali e di proprie opzioni tematiche» (Stefano Giovanardi).
Ottieri ha poi continuato a praticare la poesia anche negli anni successivi, con titoli come «Vi amo» (1988), «L’infermiera di Pisa» (1991), «Il palazzo e il pazzo» (1993), «Storia del P.S.I. nel centenario della nascita» (1993), «Diario del seduttore passivo» (1995), «Il poema osceno» (1996).
