Il più che trentennale percorso poetico di Giannino di Lieto (16 luglio 1930 – 8 luglio 2006) – da «Poesie» (1969) a «Breviario inutile» (2003) – è ora tutto racchiuso nel fondamentale volume delle «Opere» (Interlinea, 2010), arricchito da saggi critici di studiosi come Giorgio Bàrberi Squarotti, Maurizio Perugi, Luigi Fontanella, Ottavio Rossani. Vi si delinea una personalità particolarmente originale nel panorama poetico del secondo Novecento, che ha superato il postermetismo ancora presente nelle prove d’esordio, ha attraversato la neoavanguardia, ha praticato uno sperimentalismo costante in opposizione ai consueti moduli linguistici, ha saputo esplorare con più strumenti (è stato, ad esempio, anche poeta visivo) una realtà che sembra opporsi ad ogni tentativo di comprensione.
Nei suoi versi ritroviamo suggestioni dadaiste e surrealiste, innestate tuttavia su una solida base di “classicità” mai rinnegata ma continuamente trasgredita.
E il discorso si snoda come un flusso continuo, di fredda intelligenza, ostinatamente lontano da ogni tentazione di lirismo. «Attraversare la poesia di di Lieto significa, allora, percorrere l’immenso deposito dei detriti di un mondo che ha perso sì, per effetto di distruzione, la continuità e la sistematicità, ma che, in realtà, già di per sé prima dell’esplosione, doveva essere destituito di significato» (Giorgio Bàrberi Squarotti).
