Mario Quattrucci (13 luglio 1936 – 6 luglio 2022) è stato uno storico dirigente del PCI, impegnato tutta la vita nell’attività politica e amministrativa (è stato sindaco di Fiano Romano, il paese in cui aveva scelto di vivere, dal 1993 al 1997), in quella sindacale (è stato Presidente del Sindacato Nazionale Scrittori della CGIL), in quella culturale e editoriale (è stato fondatore del prestigioso premio Feronia, direttore di collane e riviste: per suo impulso nasce la rivista online «Malacoda»), e tanto altro ci sarebbe da aggiungere (si è occupato anche, tra l’altro, di teatro, cinema, arti visive).
Ma, per limitarci al campo della letteratura, è stato un brillante narratore: è lui il “padre” dell’attempato e disilluso commissario Marè, protagonista di un numero considerevole di romanzi gialli nei quali l’autore si diverte a mescolare lingua italiana e dialetto romanesco, con esiti che ricordano ovviamente la grande lezione gaddiana. Infine, la pratica della poesia.
L’elenco, forse non completo, dei titoli comprende: «La traccia» (Editrice La Linea, 1983), «Oblò appannato» (Biblioteca Cominiana, 1989), «Materia del contendere (Quasar, 1992), «Perché un occhio l’osserva» (ivi, 1994) «Variazioni. Versi 1999-2000» (Fermenti, 2001) «Gra» (Quasar, 2006), «Da una lingua marginale» (Robin, 2011), «Ogni giorno è quel giorno» (Robin, 2015).
Per chi volesse saperne di più, su questo straordinario intellettuale del nostro tempo, segnalo il libro-intervista «Nel fuoco della controversia. Vita e opere di un rivoluzionario di professione» (Edizioni Entroterra, 2020) nel quale Quattrucci si racconta rispondendo alle domande di Corrado Morgia.
Qui lo ricordo con una poesia, tratta da «Perché un occhio l’osserva» (Quasar, 1994): i testi di questa raccolta, dice Quattrucci, sono «enigmi e narrazioni nati dall’osservare ciò che è stato già molte volte osservato e narrato». Perché osservare e narrare, e tornare a osservare e a narrare con occhi ogni volta nuovi, e cercare di sciogliere i nodi della storia e delle esistenze degli uomini, decifrarne gli enigmi, è il compito della poesia. Ed è un compito precipuamente civile e politico, per cui – come osserva Filippo Bettini nella prefazione a un’altra raccolta («Materia del contendere», 1992) – la poesia di Quattrucci si inscrive in «quel filone antisimbolista della ‘poesia-pensiero’ che costituisce al contempo una linea minoritaria ma estremamente importante e originale della poesia italiana contemporanea».
