Giandomenico Giagni (8 luglio 1922 – 9 marzo 1975), sceneggiatore e regista radiofonico, teatrale, cinematografico e televisivo, primo traduttore italiano di Jacques Prévert, aveva esordito come poeta nell’immediato secondo dopoguerra pubblicando su alcune riviste i suoi versi, ma fu solo dopo la morte che le sue poesie trovarono sistemazione in un volume curato da Carlo Bernari e Vasco Pratolini: «Il confine», Basilicata Editrice, 1976.
Scrive Bernari nella prefazione: «La vocazione poetica di Giagni nasce da qui, [dalle] matrici roventi di una cultura contadina, da esilio, raccolte là “dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà” pronte sempre a fondere in rimpianto e rimorso storia e paesaggio, gioco d’infanzia e affetti familiari, addio ai luoghi cari e distacco dall’amata. Perché tutto rimane sull’altra sponda, abbandonato a una storia nemica; mentre dall’opposta riva ciò che si è lasciato laggiù può esser solo rivissuto in un sonno-sogno, da incubo notturno e lunare (si contino le lune e le notti in queste liriche!) o come evocazione di un “orizzonte” perduto, tanto lontano, eppure non più distante delle dita di una mano (e quante mani, quante dita indicano quell’orizzonte!); o infine come il segno indelebile di un “confine” che minaccioso si rivela: “un uscio”, “un tavolo”, “ un foglio / sul quale muore e rinverdisce / la data della mia morte”».
Ma dalla prima poesia della raccolta (che è del 1945) all’ultima (datata 1965), aggiunge Bernari, «è avvertibile in ogni componimento il passo del tempo, talora nell’aggettivazione, talaltra nella scansione del verso, a renderci partecipi dell’elaborazione durata un ventennio, ma che negli anni cinquanta si è già quasi tutta espressa. Il che porta a concludere che il giovane, fra i ventitré e i ventotto anni, aveva tracciato l’arco della sua poesia quasi per intero; e che dal ‘50 in poi, cioè per i successivi quindici anni, il canto gli si sia impigrito, quasi che, avvertendo il mutato clima poetico cresciuto intorno a lui, egli taciti la sua coscienza di esiliato per farsi più attento all’occasione e alla cronaca, che possano resuscitargli dentro il sentimento dell’esilio».
Vasco Pratolini, nella «Nota» finale, traccia un commosso ritratto dell’amico, che io posso interamente sottoscrivere per quel poco che ho potuto conoscerlo e frequentarlo: «Giagni non era un Maestro, non era un mostro sacro della cultura o dello spettacolo […]. Un uomo di nessun potere, se non quello del proprio comportamento. Un uomo buono che non era un buonuomo, ma un uomo giusto, con le sue scelte precise: culturali, ideologiche, discretamente e intensamente partecipate. Come la sua dolcezza, mai espansiva, mai atteggiata, derivante da un equilibrio interiore facile da ferire ma inespugnabile. Come la sua fragilità a volte, la sua emotività, che frenavano il suo slancio. Come le sue indignazioni, pronte a risolversi in un sorriso ma che lasciavano il segno di un giudizio, anche quando sbagliava».
