Poesie per un anno 160 – Ferdinando Falco

di Francesco Paolo Memmo

 

Ferdinando Falco (8 luglio 1936 – 8 luglio 2016) è morto nove anni fa, nel giorno esatto del suo ottantesimo compleanno. Eravamo amici da mezzo secolo, da quando, nel 1974, mi portò a leggere il suo primo libro di versi, «Tecnica di settembre», che mi colpì molto per quella capacità che vi si coglieva – poi rivelatasi cifra distintiva di tutta la sua produzione successiva – di partire da un dato concreto di realtà per subito trasfigurarlo in una dimensione quasi metafisica, in un ininterrotto colloquio con i propri miti e i propri fantasmi, con una cadenza compassata e addirittura solenne ma con una tensione nervosa a volte quasi insostenibile.

Era come se il suo verso fingesse una olimpica calma ma fosse invece percorso da una profonda inquietudine: di «lirismo drammatico» ha parlato Mario Melis per definire la poesia di Falco. E già Cesare Milanese, a proposito del libro successivo, «L’ampiezza a dimora» (Messapo, 1981), aveva notato nella sua andatura ritmica come «lo scorrere continuo di un affanno».

La seconda fase della poesia di Falco coincide con la sua scoperta del sonetto. Lui, che si caratterizzava per un suo personalissimo verso lungo, fluente, addirittura straripante, libero come più non si potrebbe, si lascia affascinare dalla forma chiusa del sonetto, dando inizio a una stagione di grande creatività che ho avuto l’onore di tenere a battesimo con la prefazione alla sua prima prova in quel campo: «La bardana del Greco» (Barbablù, 1981): un libriccino di aurea bellezza che è un vero repertorio di giochi metrici, ritmici, fonici, attraverso i quali quella piccola gabbia di 14 versi x 11 sillabe esplode da tutte le parti, dimostrando – come gli antichi poeti sapevano – che nel massimo della costrizione c’è il massimo della libertà.

Seguirono poi i «Sonetti in forma di poesia» (Hetea, 1989); e ancora sonetti sono quelli manoscritti del «Trattatello dell’anima e dell’ombra» che, benché editi nel 2012, appartengono ancora agli ultimi anni del secolo scorso. Qui la forma sonetto celebra il suo ultimo fasto e però annuncia già anche la sua fine: negli ultimi componimenti della raccolta i sonetti perdono letteralmente pezzi, ai versi si sostituiscono puntini che non sono di sospensione ma di vera e propria afasia, gli endecasillabi si riducono a versicoli di una sola sillaba, a “mormorii”, come Falco stesso li chiama.

Sembrerebbe la conclusione di un percorso, se non fosse che da quelle sillabe, oltre le quali ci sarebbe da aspettarsi solo il silenzio, si rigenera altra materia, e altro pensiero, e altra poesia, come sfida suprema alla morte, atto di sopravvivenza e anzi di accresciuta vitalità dello spirito, come in ogni sua pagina testimonia anche il suo ultimo, postumo libro: «Della morte del caso del superfluo e altre poesie manoscritte» (Edizioni Cofine, 2018).