Insieme a Gozzano, Marino Moretti (18 luglio 1885 – 6 luglio 1979) è, di tutti i poeti che, talora a sproposito, vengono etichettati come “crepuscolari”, il più crepuscolare di tutti.
Le sue prime raccolte (in particolare: «Fraternità», 1905; «Poesie scritte col lapis», 1910; «Poesie di tutti i giorni», 1911) rappresentano un compendio di tutte le caratteristiche di quello che non fu un movimento o una corrente ma piuttosto un “comune sentire” di poeti che, più o meno esplicitamente, si ponevano in polemica col superominismo dannunziano, rinnegando quell’idea eroica di poesia e aderendo invece alla poetica delle piccole e povere cose incarnata da Pascoli.
Ed ecco quindi, in Moretti, il racconto di situazioni quotidiane e anche banali, delle pigre domeniche e delle giornate uggiose; la dimensione provinciale entro cui si recuperano nostalgicamente, con malinconia ma anche con sana ironia, le memorie familiari e della propria fanciullezza e adolescenza, con una disposizione non più al canto ma alla narrazione («Piove. È mercoledì. Sono a Cesena», «Ero un fanciullo, andavo a scuola / e un giorno…»): non diversamente da Gozzano, a cui – scrive Contini – Moretti «cede di pathos ma che supera in perizia tecnica».
Un Meridiano Mondadori del 1979, «In verso e in prosa», curato da Geno Pampaloni, raccoglie, oltre che un’ampia scelta di poesie, i due romanzi «I puri di cuore» e «La vedova Fioravanti» (giacché Moretti fu anche eccellente narratore). Molto più recente è l’edizione delle «Poesie 1905-1914», a cura di Renzo Cremante, La Nave di Teseo, 2019.
