Poesie per un anno 157 – Libero De Libero

di Francesco Paolo Memmo

 

La poesia di Libero De Libero (10 settembre 1903 – 4 luglio 1981) sfugge a qualsiasi collocazione, rifiuta di essere etichettata col marchio di una scuola o di una corrente.

Si è parlato di ermetismo, di surrealismo, di alessandrinismo; si sono cercate parentele più o meno probabili: con Quasimodo e con Sinisgalli, con i lirici greci e con Rimbaud («Un Rimbaud nostro e che il demone ha lasciato in pace», scrisse Savinio).

Ma De Libero si è sempre tenuto un po’ al di qua e un po’ al di là di quelle definizioni: se ha partecipato di certi moduli comuni è solo perché questi sono venuti per caso a coincidere con gli elementi del suo paesaggio. Che è fatto di alberi, di viti, di pietre, di animali; affonda le radici nell’antica e dolorosa sapienza contadina; si nutre di memoria.

Escluso (o autoesclusosi) dal mondo (una sua raccolta del 1945 si intitola, emblematicamente, «Il libro del forestiero»), De Libero si è dunque ritagliato un proprio piccolo spazio appartato, uno spazio di Natura dal quale ha ritenuto di tener lontana la Storia. Sembrerebbe una scelta rassicurante, e invece quel paesaggio è costantemente attraversato da ombre, apparizioni, presenze inquietanti che ne incrinano la fisionomia, sicché De Libero, che avrebbe potuto essere il poeta di una felicità solare, è stato invece poeta di lunare e allarmante malinconia: la fiamma gli si è presto mutata in “brace”.

Nelle ultime raccolte, la voce di De Libero si era fatta più cupa: il tema della morte, che percorre da cima a fondo tutta la sua opera, era diventato ancor più insistente. Eppure non era venuta meno la fede nella poesia, l’amore della parola, la forza di interrogarsi e interrogare le cose, di trovare in esse una verità.

«Le poesie» di Libero De Libero sono raccolte nel volume curato da Valentina Notarberardino e Anna Maria Scarpati per l’editore Bulzoni nel 2011 (l’introduzione è di Marcello Carlino).