Di Giuliano Mesa (24 gennaio 1957 – agosto 2011) il volume «Poesie 1973-2008» (La Camera Verde, 2010) raccoglie l’intera opera in versi, a partire dall’esordiale «Schedario» (Geiger, 1978), da cui traggo la poesia che qui oggi pubblico, fino all’incompiuto «nun» (la cui stesura era stata intrapresa nel 2002).
«Nel suo primo libro, “Schedario” (1978), la manipolazione neoavanguardistica del giocattolo poetico viene scossa e funzionalizzata a un progetto volto a sviscerare il “lutto della parola”, il disincanto cinico del discorso moderno […]. Cercando di ricondurre l’urlo dei nervi, la lingua del corpo di Artaud entro la circolarità di marmo dell’agire beckettiano, il verso di Mesa procede per borbottii del logos, collisioni e collassi del pensiero. Fra flusso orale e traccia scritta questa poesia porta all’esplosione del discorso, a una sua vibrazione quasi barbara» (Alessandro Baldacci).
Il percorso di Mesa trova, a mio avviso, il suo culmine ne «I loro scritti. Poesie 1985-1991» (Quasar, 1992), che è il libro nel quale la sua scrittura – con quella sintassi che procede per accumuli, ripetizioni, esitazioni, sempre un po’ o molto affannata, sempre in stato d’allerta – raggiunge la sua compiuta maturità.
