Alberto Bevilacqua (27 giugno 1934 – 9 settembre 2013) è stato un narratore di grande e controverso successo (basti ricordare «La Califfa», 1964, e «Questa specie d’amore», 1966) e regista di non indimenticabili film.
Meglio come poeta, attivo per tutto il cinquantennio della sua attività di scrittore (da «L’amicizia perduta», 1961, a «La camera segreta», 2011). Ma come poeta il suo successo è stato inversamente proporzionale a quello avuto come romanziere.
So (per averlo intervistato una volta) che questo gli doleva molto. Gli danno credito, inserendolo nella loro antologia dei «Poeti italiani del secondo Novecento. 1945-1995» (Mondadori, 1995), Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi. Cucchi, nel cappello introduttivo, sottolinea come alle atmosfere liriche ed elegiache degli esordi subentri, nelle raccolte degli anni Settanta «un dire più energico ed esposto, con rilevante presenza di elementi autobiografici. Le figure parentali, l’eros, momenti di angoscia disperata, e sempre la presenza decisiva delle origini, della sua geografia tra Parma e il Po, sono momenti tematici che faranno anche da partizione e guida nella sintesi essenziale realizzata […] in “Messaggi segreti”» (l’autoantologia con cui Bevilacqua dette, nel 1992, una versione aggiornata di tutta la sua opera poetica).
