Poesie per un anno 142 – Angelo Barile

di Francesco Paolo Memmo

 

Angelo Barile (12 giugno 1888 – 20 maggio 1967), nato e sempre vissuto ad Albisola Marina (Savona), di fervente fede cattolica, antifascista durante il fascismo (nel 1943 venne arrestato dai tedeschi e rischiò la fucilazione), uomo politico nel dopoguerra (fu amministratore comunale e provinciale), si fece conoscere in campo letterario attraverso la collaborazione a molte importanti riviste («Il Frontespizio», «Maestrale», «Solaria»; di «Circoli» fu tra i fondatori, insieme ad Adriano Grande), ma pubblicò abbastanza tardi il suo primo libro di versi («Primasera», Edizioni di “Circoli”, 1933), cui seguì a distanza di molti anni una sola altra raccolta («Quasi sereno», Neri Pozza, 1957). Entrambe confluirono nel volume delle «Poesie» (Scheiwiller, 1965; nuova edizione, ivi, 1986) insieme a una piccola sezione di versi inediti riuniti sotto il titolo di «A sole breve».
Una produzione, quella di Barile, ridotta all’essenziale per una scelta precisa dell’autore: «Sentivo che la poesia è un fatto del tutto insolito e raro, un dono dell’intima trasparenza. Quante volte in una vita ci viene direttamente incontro? Poche – se pure – anche a quelli che sono i più bravi. Donde l’utilità delle vigilie e delle astinenze. Facevo mie le parole, non più dimenticate, di Boine: “Bisogna lasciar correre l’acqua, sporcar meno carte, aspettare. Lascia, lascia sbollire, butta via! che le cose importanti son poche e le cose belle rade… non si è padroni che delle cose inutili e le essenziali si fanno da sé, ci violentano”».
Tutta la poesia di Barile nasce dunque dal recupero, attraverso la memoria, delle cose essenziali della vita – gli affetti familiari, l’amore per la propria terra – e l’ininterrotta meditazione sulla morte cristianamente accettata non come termine ma come nuovo inizio.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "ANGELO BARILE [Uscire dalla vita come quando] da Primasera, Edizioni di "Circoli", 1933 Uscire dalla vita come quando s'esce di chiesa in un finale d'organo: s'avventa l'anima a scale prodigiose, trova il piede sulla soglia un bianco che vi palpita: e la luce è nuova. Ma uscire non è dato in rapimento. Ch'io possa almeno lasciarmi dietro la mia stanza, un poco volgendo il capo a riguardarla, alfine pulita, sgombra d'ogni discordia, in ordine sereno come la chiesa ora vuota: le croci fanno una chiara ombra sul pavimento."