Giorgio Manganelli (15 novembre 1922 – 28 maggio 1990) si segnala sin dal sontuoso esordio del 1964 con «Hilarotragoedia» come uno dei massimi narratori del secondo Novecento: ilare e tragico, appunto; grottesco, intriso di umor nero, alle prese con le pulsioni del corpo e il fantasma della morte – un funebre barocco, di raffinata lingua e funambolica sintassi.
Le sue poesie, pubblicate soltanto nel 2006 da Crocetti, per le cure di Daniele Piccini (una nuova edizione, rivista, è del 2022), precedono tutte quell’opera prima e si configurano, a partire soprattutto dalla metà degli anni Cinquanta, come progressive approssimazioni a quello stile, a quel linguaggio, a quel mondo che dalla «Hilarotragoedia» in poi diventeranno la cifra peculiare dello scrittore.
Persiste ancora, centrale, l’«io», ma senza alcun cedimento al lirismo, intriso com’è di ironia e sarcasmo.
