Luigi Manzi (1945 – 21 maggio 2023), dopo l’esordio del 1969 con un gruppo di poesie ospitate da «Nuovi Argomenti», ha pubblicato le raccolte «La luna suburbana» (1986), «Amaro essenziale» (1987), «Malusanza» (1989), «Aloe» (1993), «Capo d’Inverno» (1997), «Mele rosse» (2004), «Fuorivia» (2013), «Scissure» (2020), «Rosa corrosa» (2003), «Il muschio e la pietra» (2004), «Poesie 1970-2020» (Ensemble, 2023).
Nella quarta di copertina del libro da cui traggo la poesia che qui propongo, Cesare Vivaldi scrive che «se si vogliono trovare degli antecedenti a una poesia originale e nuova come quella di Manzi, li si dovrà cercare (oltre che nei grandi modelli della tradizione moderna europea) in quel filone di ricerca un po’ espressionista e un po’ surrealista, espressa in forme per l’appunto “oracolari” e di una preziosità quasi barocca, tipica della cultura romana degli anni Trenta, e che apparenta l’Ungaretti di “Sentimento del tempo” alla poesia (e alla pittura) di Scipione e a quella del primo De Libero: tutti, ognuno a modo proprio e con assai diverse altezze di voce, impegnati a scomporre in bagliori sulfurei le impassibili gemme mallarmeane».
E ancora più appropriata mi pare la definizione di Dario Bellezza che a proposito di questa poesia parlò di «visionarismo panico», con lontane radici in D’Annunzio e Campana.
Ma, alla fine, ciò che maggiormente mi colpisce, in Manzi, è la sua capacità di interrogarsi sul male che circonda le nostre esistenze e però anche, al tempo stesso, inseguire una possibilità di salvezza.
