Poesie per un anno 126 – Giovanni Giudici

di Francesco Paolo Memmo

 

Giovanni Giudici (26 giugno 1924 – 24 maggio 2011) è uno dei grandi Maestri della poesia del Secondo Novecento.

Superbo il Meridiano a lui dedicato: «I versi della vita», a cura di Rodolfo Zucco, con un saggio introduttivo di Carlo Ossola, cronologia a cura di Carlo Di Alesio, Mondadori, 2000. Ma possono anche bastare, tanto per cominciare, «Tutte le poesie», a cura di Murizio Cucchi, Oscar Mondadori, 2014.

Di Giudici sono anche importanti i saggi (attraverso i quali possiamo capire meglio anche la sua poesia), e allora riserverà piacevoli sorprese la lettura di «La vita in prosa. Scritti biografici, letterari, politici», a cura di Stefano Guerriero, con un ritratto di Oreste Pivetta, Edizioni dell’Asino, 2021.

Nella postfazione Pivetta ricorda il giudizio che Andrea Zanzotto dette de «La vita in versi»: «Nella nostra attuale poesia nessuno forse ha rappresentato puntigliosamente come Giudici, con volontà e insofferenza, consciamente o per coazione, il vissuto dell’uomo impiegatizio nella sua versione più tetra, dalla prospettiva di un terziario strettamente condizionato dal neocapitalismo, all’interno di una città-coacervo di oggi a carattere vagamente europeistico. Egli ha saputo spiare e filtrare il linguaggio medio di questo ceto, nel suo rigido grigiore ricalcato in sequenze del discorso iperlineari, funzionali, narrative ma non troppo, e destinate a essere efficientistico-tecniche anche quando passano dagli uffici industriali agli interni delle case (o dell’‘animo’), dal tempo occupato al tempo libero».

Poi la poesia di Giudici diventa anche altro. Ma si può partire da qui. Né va dimenticata l’importanza di Giudici anche come traduttore (di Pound, Sylvia Plath e tanti altri, ma soprattutto di Puškin).