Poesie per un anno 120 – Jolanda Insana

di Francesco Paolo Memmo

 

Di Jolanda Insana (18 maggio 1937 – 27 ottobre 2016) è uscito l’anno scorso un prezioso volume antologico («A schiere le parole. Poesie scelte con prose e versi inediti», a cura di Anna Mauceri, Marcos y Marcos, 2024), con testi che vanno da «Sciarra amara», che nel 1977 segnò l’esordio della poeta siciliana, al postumo «Cronologia delle lesioni» (2017), con la ricca appendice promessa dal sottotitolo.

La forza della poesia di Insana è tutta nell’esercizio di risanamento di una «lingua malata», qual è l’italiano cristallizzato nell’uso, attraverso l’assunzione di una neolingua che rimescola la lingua di oggi e quella di ieri, il letterario e il volgare, il dialetto e il latino, con continue invenzioni che rivitalizzano lessico e sintassi, scomposizioni e ricomposizioni di parole destinate ad assumere un nuovo, inedito significato («scannaparole e gabbalessemi», così si definisce la Insana), opponendo suoni che possono essere anche aspri e cupi all’insopportabile lirismo di una tradizione che non si è mai veramente distaccata dal canone petrarchesco.

Nella scrittura della Insana, dice lei stessa di sé parlando, «ci sono rugosità e spigoli taglienti, coltellate di bellezza sul ventre molle della vita e pugni allo stomaco, brividi di cupezza e gridi d’esultanza e libertà, spudoratezze e coprolalie in funzione di mascheramento protettivo, per troppo pudore del sentimento, per troppa tenerezza».

Perché poi, con quelle sole armi a disposizione, la vera battaglia da combattere è quella che in un mondo sostanzialmente ostile e malato («La stortura» si intitola la sua raccolta del 2002) ci vede impegnati a difenderci dai fantasmi della morte: «Pupara sono / e faccio teatrino con due soli pupi / lei e lei / lei si chiama vita / e lei si chiama morte».