Mario Ramous (18 maggio 1924 – 8 luglio 1999) è stato poeta, traduttore (Catullo, Orazio, Tibullio, Ovidio, Virgilio), critico d’arte, studioso di metrica. I suoi libri di versi, pubblicati in un arco di quasi cinquant’anni (da «La memoria, il messaggio», 1951, a «Remedia», 1998) sono ora raccolti in «Tutte le poesie 1951-1998» (Pendragon, 2017), ed è questo un volume che testimonia di un lungo percorso che va da un neoermetismo un po’ attardato a forme molto interessanti di sperimentazione, soprattutto sul piano della metrica e della versificazione.
In una raccolta del 1996 («Per via di sguardo, Marsilio) sottopone un suo testo, dato come «tema», a ben trenta variazioni nelle forme metriche più disparate (e rare, e difficili).
Quella che qui presento è la variazione in forma di rondò, che è una ballata semplificata in settenari, con una “ripresa” di due versi seguita da due strofette (schema: ab aaab aaab), con la particolarità, tipica appunto del rondò, che il primo verso si ripete identico come secondo di ogni strofa.
L’anno scorso, in occasioe del centenario della nascita, il figlio Michele Ramous Fabj ha dato alle stampe, in tiratura limitata, un volumetto di poesie inedite, composte fra il 1946 e il 1972, col titolo di «Non ho certo parole da rischiare» (Pendragon).
