Il 3 maggio 1968 la polizia, con un intervento violento e sproporzionato, caricò gli studenti che avevano occupato la Sorbona per protestare contro la guerra, l’imperialismo, il sistema capitalista, la società dei consumi, il governo guidato dal presidente De Gaulle e dal primo ministro Georges Pompidou.
Nei giorni successivi la lotta divampò ancora più accesa: agli studenti si unirono gli operai, con l’appoggio dei sindacati. Il 13 maggio fu indetto uno sciopero generale a cui parteciparono oltre 9 milioni di persone. Le proteste continuarono nei giorni successivi, fino a giugno, quando il presidente De Gaulle sciolse l’Assemblea Nazionale e convocò le elezioni anticipate, che si tennero il il 23 e 30 di quel mese. Le cose andarono poi come andarono, con la sconfitta dei partiti di sinistra e lo schiacciante successo di quello gollista. Ma intanto più di qualcosa era cambiato in una società che non fu più quella di prima.
Alba de Céspedes (11 marzo 1911 – 14 novembre 1997), di cui come narratrice voglio ricordare almeno i tre romanzi per me più significativi («Nessuno torna indietro», 1938; «Dalla parte di lei», 1949; «Quaderno proibito», 1952), da qualche anno si era trasferita a Parigi.
A lei dobbiamo, in versi, una delle testimonianze più originali – scritta dalla parte delle donne, con la voce delle donne – di quel mese di lotta e di speranza.
«Durante i mesi di maggio e giugno 1968, mi trovavo a Parigi, in uno studio di rue de Tournon, sulla rive gauche, a due passi dalla Sorbona, da Saint-Germain-des-Prés, nel quartiere dov’è scoppiata la rivolta degli studenti e dove avevano luogo i loro scontri con la polizia. […] Non facevo altro che seguire ciò che accadeva attorno a me […], mi recavo alla Sorbona, all’Odéon, assistevo ai dibattiti, alle riunioni, e lì come nelle strade devastate, disselciate, ingombre di automobili carbonizzate e puzzolenti di gas – incontravo i giovani rivoluzionari, li interrogavo, li spingevo a parlare. Più loquaci, le ragazze divenivano ai miei occhi le protagoniste di quella rivolta che fu il primo segno spontaneo e inequivocabile della lotta che sta cambiando la nostra società […]. Quelle notti, quei giorni, quegli incontri, di cui – a tutta prima – volevo soltanto prendere nota, in italiano, nel mio diario, si sono invece presentati a me come momenti di un unico poema, che mi è venuto naturale scrivere nella lingua, anzi con le stesse parole di coloro che lo hanno vissuto; e che oggi ho riscritto in italiano».
