«Canto della medusa o della vecchia signora che si strucca», tecnica mista su carta, 1987, collezione eredi Pasotelli; riprodotto in «Serraglio», Scenario, 1994 [Cofanetto contenente un volume e una videocassetta VHS].
Per ricordare Luigi Pasotelli (1926-1993), poeta visivo e sonoro, collaboratore di riviste sperimentali come «Marcatré». Ha fatto parte della redazione di «Tam Tam», la gloriosa rivista fndata da Adriano Spatola e Giulia Niccolai.
Pasotelli era un eccezionale performer, come può testimoniare chiunque abbia avuto la fortuna di vederlo e ascoltarlo dal vivo. Io, purtroppo, mi sono dovuto accontentare della videocassetta contenuta nel cofanetto citato. Ma qualcosa, per chi abbia curiosità, si trova anche in YouTube: ad esempio una performance del 1987 in un caffè letterario di Milano, con le sue partiture che sono vere e proprie opere d’arte visive.
In «Serraglio» si legge anche una sua preziosa dichiarazione teorica, di cui mi piace citare l’inizio: «Forse non a torto molti ritengono la sacralità della poesia e della grande poesia simile a quella che promana da un’iscrizione tombale, sigillata dal silenzio; così all’attuale poeta sonoro si rimprovera un ruolo scioccamente e penosamente dissacratorio; o di essere afflitto da imbecillità esibizionistica, comunque incapace al recupero del valore poetico, tutto proteso a esteriorizzare quel che oggettivamente non può essere esteriorizzato: l’ineffabilità fonica del verso, l’inesauribilità del senso, la polivalenza o polisemia della parola poetica dato che la voce è strumento sostanzialmente umano o troppo umano, per essere specchio dell’interiorità, non in grado in breve di discendere in certi abissi o ancora meno d’elevarsi ad altezze troppo rarefatte. Meglio dunque il guitto. Ma il poeta sonoro è ben consapevole di accettare la voce come suo strumento primordiale, ma autentico, senza vezzi estetici, del suo essere poeta. Parla, e subito qui occorre dire che non è mellifluo cantore, né la sua è dolorosissima lamentazione (non appartiene all’area dei dicitori o della dizione), ma parla, per essere in primo luogo presenza. Corporeità nel senso più pieno e pesante del termine».
Per approfondire la conoscenza di questo grande e misconosciuto poeta fonovisivo consiglio la lettura del saggio di Fabrizio Bondi, «Tauromachie non latenti. A proposito del più grande poeta “sonoro” italiano», contenuto nel volume, a cura dello stesso Bondi e di Nicola Catelli, «Per violate forme. Rappresentazioni e linguaggi della violenza nella letteratura italiana», Maria Pacini Fazzi Editore, Lucca, 2009.
