Poco più di niente di Marco Masciovecchio

a cura di Anna Maria Curci

 

Con il lapis*#44: Marco Masciovecchio, Poco più di niente. Prefazione di Renzo Paris. Nota introduttiva di Giuseppe Cerbino, Edizioni Ensemble 2023

il tevere mi soffia in faccia

la nauseabonda rabbia

su ponte Sisto chi va chi viene

pezzi di vita, pane per gabbiani

un disgraziato canta

un altro chiede soldi per mangiare

tre suore ruminano preghiere

con occhi bassi, senza guardare

un ubriaco piscia sul lampione

e guardo lo scorrere del fiume

spetalo rose rosse, le ultime parole

gocce di sangue, prima di volare.

(p. 26)

Senza titolo, come tutti i componimenti del volume d’esordio di Marco Masciovecchio, Poco più di niente, la poesia di pagina 26, nella prima delle due sezioni, Visioni e Corpi in fuga, nelle quali è articolato il libro, dispiega i suoi versi (in ordine sparso, settenari, un ottonario, decasillabi, endecasillabi, un dodecasillabo) lungo il fiume della città per eccellenza, Roma. 

Nella scrittura dell’autore Roma è sì terra natia, madre maestosa e sciatta, splendore e sentina, scenario prediletto o forse, semplicemente, inevitabile, ma essa è anche dimora universale della condizione umana, del suo inverarsi nella storia e nell’avvicendarsi delle epoche, nel reiterato presente e nella coscienza dell’io poetico. 

È in questa ‘dimora universale’ che si avvicendano, ricorrono, si combinano, associandosi tra di loro in varie fogge, le immagini che Marco Masciovecchio propone e dispone, tappe e segnaletica, pietre miliari e crocevia del suo itinerario poetico: il sentore del degrado, l’odore e il colore del sangue, l’abbandono del reietto, barbone e ubriaco, lo sciogliersi progressivo della cera di una candela che illumina con luce fioca, sempre sul punto di spegnersi, il volo e la caduta, l’angelo che «spiuma», testimone della miseria umana e della misericordia divina e il Cristo, vittima tradita e uccisa, che si incarna per essere crocefissa, sorprendente epifania di salvezza, che torna a manifestarsi sotto inconsuete spoglie. 

Un Cristo «macellato fino all’osso, messo in croce/ dal Golgota all’Idroscalo morto ammazzato», al quale l’io poetico si rivolge con il tu, si manifesta nella prima poesia del volume, composta – a differenza della maggior parte dei testi, che presentano un’unica strofa – da tre terzine e un verso finale. Il riferimento all’uccisione di Pier Paolo Pasolini è evidente e va in una duplice direzione, sia nell’intendere Pasolini come vittima martoriata di quel perbenismo ipocrita e feroce nei confronti del quale lo scrittore di Casarsa era sempre andato «oltre il confine», sia nell’additare a chi legge un punto di riferimento importante della propria scrittura.

Di un’altra voce poetica amata, Paul Celan, si possono cogliere in filigrana tracce proprio nei versi proposti in apertura. Esse vanno individuate nell’ambientazione urbana sul lungofiume e, ancor più, nei due versi conclusivi, nei quali spiccano il ricorso a un verbo inconsueto, «spetalare» e l’allusione a quello che può avere visto il poeta di Czernowitz negli istanti antecedenti la sua fine nelle acque della Senna tra il 19 e il 20 aprile 1970: «spetalo rose rosse, le ultime parole/ gocce di sangue, prima di volare». Nel senso del momento prima della fine, come sottolinea Renzo Paris nella sua Prefazione, va inteso anche l’ultimo verso del volume, un riferimento alla frase “non fate troppi pettegolezzi” di  Cesare Pavese: «non fate troppo chiasso» (p. 69).

Mi sembra opportuno evidenziare due elementi tra quelli che caratterizzano la voce poetica di Marco Masciovecchio e che le conferiscono timbro e ritmo. Uno di questi è la cadenza che richiama il canto parlato, con un’attenzione alla oralità della poesia, che sembra nascere da una pratica, o da una dote innata, nell’improvvisazione. Da questa pratica, da questo talento, nascono versi («intrappolato, in abiti conformi», p. 49) o sequenze di versi («non sono queste briciole di pane/ il rosso del vino sulla tovaglia/ la festa pagana senza radice/ esseri umani solo a parole/ carne e ossa senza valore/ un numero impazzito sul contatore», p. 44), che si presentano all’orecchio interno e in esso si imprimono. È un canto parlato che prevede rime finali e interne, l’attributo che precede il sostantivo, l’inventario con abbinamenti inusuali. Un esempio illuminante di questa caratteristica della voce poetica di Masciovecchio è la già menzionata poesia finale. 

L’altro elemento degno di nota è la capacità di condensare in pochi versi il quadro di un’epoca, che si tratti di un ricordo o di una visione, di un incontro salvifico («ho conosciuto Cristo a sedici anni», p. 35), avviando, allo stesso tempo, un procedimento narrativo che permette di seguire le tappe essenziali di un episodio significativo, paradigmatico di un’intera vicenda umana («su questo largo ho consumato/ le suole e la pensione di mio padre», p. 25).

Poco più di niente di Marco Masciovecchio è una convincente prova di esordio, che induce all’ascolto e all’attesa di nuovi componimenti di un autore che ha dato buona prova di sé, in incontri di poetry slam, anche nell’ambito della poesia in romanesco.

Anna Maria Curci

*Con il lapis raccoglie annotazioni a margine su volumi di versi e invita alla lettura della raccolta a partire da un testo individuato come particolarmente significativo.