Plinio Perilli, Museo dell’uomo

Recensione di Gian Piero Stefanoni

 

Lavoro più che atteso, benvenuto con amore, con tutta l’intelligenza e la grazia che merita quest’ultima fatica di Plinio Perilli: Museo dell’uomo. Poesie e poemetti (1994-2020), Editrice Zona, Genova 2020, in un lavoro che raccoglie vent’anni di testi e soprattutto poemetti che hanno raccontato, interrogato, discusso eventi, uomini, luoghi centrali di questo periodo a cavallo di secoli e millenni e così ricco di mutamenti, di dolori e di interrogazioni. Dinamiche a cui il nostro, nella misura critica, civile e lirica che lo contraddistingue non si è sottratto.

Bene rammentare allora, seppur brevemente l’iter di un percorso tra i più fecondi del nostro paese per incisione, forza di presenza e di maestria capace di muovere agevolmente le corde del proprio dettato tra scrittura lirica, critica appunto, saggistica- d’arte soprattutto tra cinema e pittura- a dire come è giusto, come si deve, uno sguardo sinestetico dalle fenditure dell’anima e del mondo, dell’anima del mondo. Tant’è , figlio di Ivo, sceneggiatore e regista di chiara fama (suo quello che è stato definito forse il primo film neorealista italiano, “Ragazzo”) e dell’attrice Lia Corelli,  attrice la sorella Valeria, cresciuto a pane e Storia e suo attraversamento, racconto tra istanze d’arte e di vita, ha saputo restituire nella versatilità di un innamoramento dell’esistenza che hanno radice nella condivisione e nella partecipazione l’esistenza stessa nel bene di una chiamata che viene dal suo essere creatura, sacralmente e laicalmente, umanisticamente intesa diremmo, l’uomo chiamato alla regola del riconoscersi e dal costruirsi dall’avventura del suo incontrarsi.

Così nei cinque libri di poesia che precedono questo, nei suoi saggi come detto sull’Arte e sul Cinema (tra i quali amiamo ricordare per non dilungarci almeno quella “Storia dell’Arte Italiana in poesia” che resta un caposaldo dell’incontro tra le due arti) ma soprattutto con una lezione di insegnamento, di presenza effettiva e continua (instancabile certo) fra laboratori, carceri, scuole a nostro dire come pochi. Ecco allora salvata dal rischio della dispersione tanto lavoro sommerso e discreto (quale comunque si mantiene Perilli) dal congiungimento in questi testi di un’incisione dell’uomo che è un’incisione dapprima nell’intelligenza e nel cuore insieme nell’appello alla forza morale e di vita ad ognuno propria, sempre però riportata a quella comune semina e a quel comune raccogliere che fa dell’uomo il suo comprendere e il suo rimettere. Adamo disteso (come da testo d’apertura) che accoglie e cerca d’indovinare nello specchio del suo Fattore l’immagine data, e di esserne vettore, d’Amore pur nel timore dello smarrimento , della caduta. A questo orizzonte, alla sua moltiplicazione l’artista stesso chiamato- c’è tanto interrogarsi sul perché e sulle ragioni dell’arte in questa poesia- perché “c’è un Dio nell’uomo,/ e Dio nasce in Adamo”.

A partire da questo allora è tutta una risalita ed un affondo nel perché dell’uomo, nei suoi mostri  e nelle sue costruttive speranze, col riferimento centrale ad una natura di cui nella parte data esser partecipi e attenti custodi, il Tempo e la Storia rimessa- ed umile- dimensione di una espressione che seppure ci chiama- a dirci, a tentarci, a perderci anche nel suo rischio- comunque ci trasfigura e ci supera, restando di noi un avvento- nella nobiltà della veste- nello spazio che si fa carne e destino negli altri.

La struttura del libro è divisa in due parti, la prima investendo nelle sue cinque sezioni chiamata dell’uomo e sua dignità della storia, nella Storia in una Patria che è di tutti, da quella più vicina come quella del nostro paese (celebrata nei 150 anni dell’Unità Nazionale nelle sue figure risorgimentali e quelle partigiane dell’ultima guerra) a quella di una Terra sovente piegata dal male, quasi vinta come nel racconto del suo pellegrinaggio a piedi con l’amico Affinati (da cui di cui quest’ultimo il riuscitissimo “Campo del sangue”) ad Auschwitz, icona di un Deuteronomio moderno cui non si può rispondere nella sua irracontabilità. Terra per questo di cui tutto si celebra, a partire dal pane (nell’eredità di un ammonimento paterno) delle cui briciole farne asse, arte di “un avvento che è esattamente/dietro e dentro di noi” negli uomini e nelle donne che ci hanno preceduti e che a noi ritornano, immensi feti “che proprio Dio nutre a placenta”. Un “Inno sommerso” dunque, come dal testo omonimo per il compositore emiliano Daniele Venturi, come quelli dei volti del secolo scorso che nei sorrisi, dalle foto, dalla storia risalgono e s’accordano ai nostri (da loro provenendo infatti) adunata nei profili, nei lontani e dismessi vestiti di “padri, nipoti, amici,/le speranze e le spose”, “i fratelli che furono” , umili eroi lestofanti arditi sconosciuti. E che ritornano a invadere il nostro secolo, ora millennio, diversi e identici in un unico volto “che oggi ci ritrae, da cui veniamo, radicati e fluidi” nella loro fisionomia di nomi di baci di fatiche a riemergere nelle loro lotte con gioia, grandi Guerre, grandi pene, grandi rifiuti contro le oppressioni delle vita e del pane entro una Italia quella dell’epoca solo una idea, nel diritto di una storia che non  si poteva fermare. Inno sommerso e riemerso allora a riconquistare il tempo nel “viso giusto di ogni cuore” che è anche quello dei testimoni, sovente a malincuore e dolenti, di questo tempo dal bussare del lavoro del carcere al fiorire libero della pena, a quello di risarcimento nella poesia e nel paradiso personale di una difficile pacificazione di Donatella Colasanti dall’oppressione incarnata del Circeo, dalle vittime degli attentati delle Torri Gemelle (nell’originale racconto- dialogo.- scontro con Franz Kafka raccontatore di un America qui riportata tra le ceneri di una “metamorfosi” minuscola, di negazione) a quelle di Parigi, in un “Dio di tutti”, del 2016; da quelli di Maria Grazia Cutuli ancora, la giornalista uccisa in Afganistan nel 2001 mentre lavorava ad un reportage su Al Qaeda a quello di Fabrizia De Lorenzo vittima degli attentati di Natale a Berlino nel dicembre del 2016 e di cui si ricordano le aspirazioni e la vita, quella di una generazione che ha inseguito e perseguito la luce di un Europa nella costruzione d’insieme. E forse, soprattutto, quelli dei migranti in attesa da Ventimiglia di entrare in una Francia che li rifiuta parcheggiando nomi e aspettative, in una vita senza risposta. Simbologia allora postmoderna di una Terra Promessa mancata, e blindata sotto l’occhio lucroso dei media in un resoconto sovente parziale, a fingere una cronaca,  una Storia che in realtà non è raccontata( dinamica questa che a Perilli non sfugge mai). Lo spunto in quest’ultimo testo della prima parte (nella sezione “Rais il Dolore”) è quello sul come e fin dove la poesia possa restituire questo paesaggio infartuato (in occidente soprattutto) aldilà dei facili rimorsi in ciclostile. La riflessione verte di qui sulla forza di una simbologia che riparte dalla trasparenza evangelica di un sangue che se nell’immagine, e nell’incarnazione data è quella di un Adamo redento in Cristo, il mare nel viaggio di appartenenza è dunque il mare di un ribattesimo che dal Giordano sfocia, investe il mare di tutti.

Per questo allora non sorprende che proprio sulla questione del paesaggio, in tutte le accezioni e i richiami che gli sono propri, si snoda la riflessione della seconda parte, anch’essa composta di cinque sezioni. Così se il paesaggio è il segno visibile dello sforzo e della fatica umana, e della sua bellezza dunque, nell’intreccio con una natura che lo interroga dal di dentro di un appartenere e dirsi reciproco, il dettato va inizialmente ad accrescersi nella spinta di un ricamato contendersi, quello di artisti, colleghi, amici cari scomparsi restituiti nella istanza di grazia di un lavoro poetico, pittorico, scientifico anche (come il caso di Kikuo Takano, poeta e matematico giapponese che si è interrogato sul significato dell’esistenza conducendo inoltre importanti ricerche sulla formula del Pi greco), pagine aperte ai venti di un offertorio laico vibrante, provocante a periziare e periziarsi tra i mali e le bestie del secolo scorso, scettici e certi, insieme tutti in un imprimere in quel solo nome che vale per tutti nel saper anteporre “al buio la luce, la parola al suo pianto” e a saper rinascere “a commento, ammonizione,/sbuffo autoironico, weltanshanuung redenta/ d’ogni bruttura”. I volti di Amelia Rosselli, Elio Pagliarani, Valentino Zeizìchen, il citato Takano con Dario Bellezza e Andrea Zanzotto nel riferimento del figlio, di Mark Kostabi (la cui opera “La Giustizia” vale appunto a ricordarci che non è la giustizia ad esser cieca “ma la nostra fede, se cede e si rinnega”) e di tutti gli artisti qui celebrati ed evocati hanno il merito ponte in queste pagine di saper servire a richiamo tra il prima di una terra ricucita nella familiarità di una fioritura che viene dall’ascolto anche perché  “dietro, dentro ogni paesaggio, lì c’è l’uomo”(vedi su tutte nei suoi attraversamenti Villa Taranto a Verbania sul lago Maggiore), la Storia decollando in luce e sua rovina, sua caduta, non solo per eventi le cui luttuosità naturalmente vanno a sovrastare l’uomo ma per incuria, cattiva gestione di risorse. Nella sezione “Il terremoto non è cattivo” il cedimento infatti è dapprima morale, politico, anche culturale certo cui Perilli risponde nella sottolineatura della eterna lotta di scosse, di movimenti tra diversi perseguire, ora personali ora collettivi, in una intensità elegiaca che abbracciando i disastri di L’Aquila, Amatrice, Norcia e luoghi colpiti dagli ultimi sisma, nonché Genova col crollo del Ponte Morandi viene a strattonarci dal rischio di una Umanità in fuga da se stessa e dalla Storia  (“che crolla/perché non sta in piedi, anche così/pesante e geniale di progetti, fa sfollare/ le case, fa sfollare gli umili per strada”). Più forte allora perché ancora e sempre un solo corpo a risalire sempre dalle proprie macerie, redento e trasparente come tutti gli Ostensori divelti, simbolici e reali, ma affissi e vivi (e celebrati in questi versi nell’insanguinato recupero) sempre dentro quell’ignoto di vita a cui siamo chiamati, la resurrectio venendo sempre dal buio. Il cerchio infatti è questo, resta questo nella esemplarità di una sacralità che ha nel rapporto tra creatura e Creatore, e creazione anche nell’incarnazione umana della sua riproduzione, il suo riferimento, seppur laico certo (ricordiamo al proposito quell’intensità di liturgia del quotidiano che fuoriesce da uno dei libri più riusciti di Perilli che è Preghiere di un laico) ma di un laico ben fermo ad una chiamata che è dono nell’altro nel reciproco rivestimento, amore certo sovente immeritato e comunque per sempre come da”sbuffo divino”, carezza nel suo “mistero di tutti”. Amore che ha nei versi disseminati tra le pagine il volto d’ogni giorno della cara Nina (Maroccolo), artista anch’essa, anch’essa poliedrica nell’espressione del suo rimettere a risalire dalle ferite ultime di una malattia che seppure li ha provati nel loro essere uomo e donna, e coppia, pure li ha rafforzati nell’esercizio di un addestramento ad un appello fiero del mondo, al mondo nella testimonianza di un orbita, la loro, la nostra così fragile leggera flebile pure nell’unione, in ogni unione capace di superare spazio e tempo fino “al pianeta/ tuttocuore dell’anima”. Anima, sì, perché è un discorso sull’anima quello di questa poesia così raffinata, inclusiva, provocatoria anche benignamente capace sempre di riportare ad essa tolemaicamente tutto, vedi ad esempio come anche il semplice evento di una Eclissi (quella del 2017) preso a spunto ed  invito ad amare, ad amarsi come in “uno Specchio Totale” capace di illuminare, di far emergere in tutta la sua pienezza ogni cosa, “colpe e meriti: la/Libertà e la sua abiezione, negazione, sopraffazione”. O finanche, e siamo a questi terribili, ultimi giorni a sapersi rivolgere a tu per tu- perché questo è il dire dell’anima- con lo stesso covid19, virus chiamato a mutare, a tornare “batterio /diligente, cara entità benefica, enzima/che aiuti il Corpo, del singolo e del/ Pianeta Azzurro”…. insomma come dall’Arca e dal diluvio dal becco della colomba a esser “rametto d’ulivo, scoria e verde brillio”. Anima che riparte sempre dal reale, prendendosi la responsabilità di ciò che è e da questo nutrendo il sogno di questa terra (e non di altre come nella ipocrisia di ricerca in altri spazi astrali, devastata, umiliata e saccheggiata già la nostra- “Kepler 2-0-1-7”).

Come nella sottolineatura dell’ultimo testo infatti “Dentro l’uomo è la luce” nel suo offertorio dal grembo di “gocce d’olio cresimate”, vita allora di un Adamo che seppure nella rovina delle sue più che ripetute ceneri sa risalire, tornare germe, verme anche nella regressione necessaria di se stesso pronto a nutrirsi anche delle sue scorie, di incollerirsi e di proferire Dio dal buio di nuove interminabili e indomabili attese, come Evan Murcie, haitiano sopravvissuto tra le macerie del sisma che colpì l’isola nel 2010, novello Giobbe a cui Perilli offre nell’esemplarità della fede titolo d’ognuno laddove la vita proprio nella pronuncia della sua lotta ci fa trovare posto o senso, “creature mai più indegne di sé”. Con questa titolarità, andiamo a chiudere consapevoli dell’insufficienza a restituire appieno adesso l’esperienza artistica e critica di una delle figure più attente e incisive del nostro paese che ha sempre nella sua direzione, nel suo voto umano l’immagine della sua meraviglia d’Origine.

 

Plinio Perilli, Museo dell’uomo. Poesie e poemetti (1994-2020), Editrice Zona, Genova 2020